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	<title>Dottor Angelo Cantarelli &#187; Psicologia e relazione</title>
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	<description>Specialista in Pediatria</description>
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		<title>Genitorialità</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Sep 2025 10:09:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pediatria]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Genitori si nasce o si diventa? (….) Viene spontanea allora la domanda: genitori si nasce o si diventa? Molto spesso la soluzione è nel mezzo, e di fronte a due alternative, quando possibile, la risposta migliore è nella sintesi. Possiamo quindi provare a rispondere che ‘genitori si nasce e si diventa’. Si diventa genitori perché la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2 class="Stile21"><strong class="Stile22" style="text-shadow: #333333 0px 0px 0px !important;">Genitori si nasce o si diventa?</strong></h2>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">(….)<br />
Viene spontanea allora la domanda: genitori si nasce o si diventa?<br />
Molto spesso la soluzione è nel mezzo, e di fronte a due alternative, quando possibile, la risposta migliore è nella sintesi. Possiamo quindi provare a rispondere che ‘genitori si nasce <em>e</em> si diventa’. Si diventa genitori perché la genitorialità è un processo dinamico, che si sviluppa nel tempo e si nutre di tante fasi tra loro strettamente collegate.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">E’ molto diverso vivere con un neonato di poche settimane con bisogni primari, o con un bambino di sei anni che scopre la lettura, o con un adolescente che vuole diventare grande in fretta (ma senza grandi strumenti per farlo). Durante la crescita dei figli anche noi lentamente cambiamo e il nostro rapporto di coppia si modifica profondamente; pensiamo di essere noi a guidare e a indirizzare la crescita dei bambini, ma in una certa misura è la loro crescita a condurre noi, a condizionare la nostra visione del mondo e di noi stessi. Oltre a essere in divenire continuo, la nostra relazione con i figli si modifica senza gradualità, a volte subisce difficili accelerazioni (come nel primo anno e in adolescenza), altre volte, per fortuna, procede con ritmi più semplici e gestibili.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">Mentre cresciamo assieme ai nostri bambini anche il contesto nel quale viviamo cambia velocemente; buona parte del nostro stile di vita e delle nostre relazioni sono indotti dai modelli sociali che in parte scegliamo e in parte subiamo. L’esempio più ovvio è il rapporto lavoro-famiglia, che nel nostro modello richiede la separazione transitoria dal bambino, delegando ad altri l’accudimento, mentre in altre zone del mondo le madri possono svolgere mansioni lavorative mantenendo il contatto con il figlio (il telelavoro, in questo senso, sta aprendo nuove prospettive anche da noi). Diventare genitori è un lungo cammino, fatto di salite e discese, accelerazioni e rallentamenti; troviamo spesso curve improvvise che possono aprire sia imprevedibili panorami mozzafiato che minacciosi dirupi.<br />
Il nostro è un cammino con una meta, ma senza un arrivo. La meta è la crescita dei nostri figli, la loro felicità e la loro realizzazione, e deve passare attraverso la loro graduale autonomia e indipendenza (che non significa guadagnarsi da vivere da soli, bensì essere capaci di gestire se stessi e fare scelte consapevoli). Ma non c’è un arrivo, perché la nostra relazione con i figli non potrà mai cessare; anche in età adulta l’affetto e la protezione resteranno vivi e, in caso di bisogno, potranno riattivarsi con la stessa intensità dei primi anni.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">Per camminare sul sentiero della genitorialità abbiamo bisogno di molta consapevolezza e speranza: la speranza verso l’avvenire e il divenire, la consapevolezza che ‘il camminare è più bello e più importante dell’arrivare’ (concetto caro a Rousseau e ad altri acuti pensatori). Come genitori dobbiamo amare il cammino per il cammino. Dobbiamo goderci la strada che stiamo percorrendo mentre teniamo stretta la piccola mano di colui che ci cammina di fianco, ascoltando le sue incredibili domande e i suoi ‘perché’, assumendo anche la sua visione del mondo che è nuova e antica al tempo stesso. Lungo questa strada i pericoli non sono i dirupi o i briganti, ma sono la paura di ciò che verrà, i dubbi che ci bloccano davanti ai bivi, il desiderio di bruciare le tappe, a volte la devastante angoscia di non farcela o la voglia di scappare e di essere altrove.<br />
In questo cammino la vera risorsa è il bambino stesso; lui non ha fretta di arrivare, lui non recita mai, è sempre autentico e vive il suo tempo, vede i colori dove ci sono, ha paura del buio e di ciò che non può controllare. Sembra che abbia bisogno di tanto ma, in realtà, i suoi bisogni veri sono pochissimi; tutto il superfluo e l’inutile che lo circonda è frutto del nostro condizionamento sociale. Per diventare genitori e camminare lungo questo sentiero dobbiamo vedere nel bambino la guida; dal suo comportamento sapremo se la strada e il ritmo del passo sono quelli giusti, sarà lui a dirci l’ultima parola, perché è lui l’inconsapevole esperto di se stesso. Se la nostra relazione è sufficientemente buona, lui è anche il nostro specchio, e quindi attraverso di lui possiamo sapere anche qualcosa di importante su di noi.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">Forse c’è soltanto una condizione indispensabile per diventare genitori, che è l’essere stati figli. E’ per questo, allora, che un po’ genitori si nasce. Anche noi ci siamo sviluppati all’interno di una madre, ne siamo usciti a fatica per precipitarci a succhiarne il latte e l’amore; siamo diventati adulti perché qualcuno ha avuto la pazienza e la dedizione di accompagnarci per lunghi impegnativi anni. Con il nostro nuovo bambino ritroviamo il nostro vecchio bambino, quello che è ancora dentro di noi e che ora trova il modo di riemergere. Nel passaggio da figli a genitori ci capita di vedere con occhi nuovi anche i nostri genitori, e ci troviamo improvvisamente dalla stessa parte della riva; abbiamo così una straordinaria opportunità per riannodare con loro una relazione che crescendo si stava allentando.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">Possiamo dire che genitori si nasce perché per diventare genitore occorre una nascita, questo straordinario miracolo che cambia tutto in modo irreversibile. La genitorialità è innata ed è scritta nel nostro codice genetico, ma si nutre anche di elementi sociali e culturali (ogni nostro comportamento è la sintesi di innato e di acquisito, di genetico e di ambientale); tuttavia queste competenze innate possono emergere e attivarsi soltanto alla presenza di un bambino che necessita cure. Occorre la presenza fisica del bambino, perché è nel momento in cui lo abbiamo tra le braccia che vengono sollecitate e attivate capacità e sensibilità sconosciute (perché ancora mai utilizzate) in grado di sostenerci e guidarci.<br />
La base biologica della genitorialità è presente nel nostro DNA, e attraverso il sistema neuro-endocrino (cioè cervello e ormoni) si traduce in comportamenti. E’ il cervello della mamma che sente piangere di fame il suo bambino ad attivare la produzione del latte, attraverso ormoni come la prolattina e l’ossitocina; ma è ancora il cervello del papà che attraverso gli stessi ormoni lo induce a far saltare il suo bambino per farlo gridare di gioia.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">Le neuroscienze sono una nuova branca del sapere che da alcuni anni indaga i meccanismi che regolano i nostri comportamenti. E’ recente la scoperta che l’esperienza della maternità e della paternità induce modifiche strutturali nel cervello e negli assetti ormonali, incrementando sensibilità ed empatia, affinando le capacità sociali e comunicative, potenziando la cosiddetta ‘intelligenza emozionale’ e producendo una visione positiva e più aperta sul futuro. Questi cambiamenti sono possibili perché anche da adulto il cervello continua a mantenere una certa plasticità (cioè capacità di modificarsi), ma questi importanti effetti del diventare genitori non sono ancora adeguatamente valorizzati in un contesto sociale come il nostro che vede nell’attività produttiva il principale elemento di valutazione delle persone. Le abilità genitoriali, in realtà, sono utilissime anche al più allargato ambito sociale ed è ingiusto e sbagliato relegarle all’interno del contesto famigliare e privato.<br />
Esiste una genitorialità diffusa presente in ogni essere umano, legata a vincoli biologici della specie e slegata dagli aspetti generativi; ogni adulto sufficientemente sensibile e reattivo ai bisogni di cura e di protezione può svolgere compiti ‘genitoriali’ nei confronti di qualunque bambino. Anche per questo genitori si nasce, perché siamo tutti naturalmente e biologicamente predisposti all’accudimento. Se lo volessimo, potremmo diventare una società con migliori capacità di cura e di accoglienza, con relazioni allargate e vincoli maggiormente interconnessi.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">Il mondo dell’infanzia lo vorrebbe, perché, come recita un antico proverbio africano, <em>‘</em>per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio’. Per essere più concreti potremmo dire che essere genitori significa ‘fare spazio’. Spazio fisico fin dal corpo della madre che accoglie il bambino dentro di sé, ma poi spazio in casa e in auto, spazio negli armadi e a tavola, in vacanza e nelle feste. C’è anche uno ‘spazio cronologico’ da trovare, perché l’arrivo di un figlio richiede un forte investimento sul futuro, che deve essere nuovamente programmato e rivisitato; e anche il passato subisce condizionamenti imprevedibili, come quando ad esempio ci si trova a collocare i ricordi in base all’anno di nascita del nostro primogenito. Poi occorre uno spazio mentale, per immaginare e progettare, ma anche semplicemente per pensare il quotidiano e le inevitabili piccole-grandi scelte.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">Infine, c’è ancora un ultimo spazio da trovare, il più importante, quello ’emozionale’<em>, </em>quello dei sentimenti che prendono velocemente forma, dell’empatia e delle emozioni ambivalenti che ci travolgono, delle preoccupazioni che si alternano all’euforia e alla gioia (quella letteralmente viscerale, che una madre conosce bene). Questo ‘spazio’ va piano piano creandosi fin dalla gravidanza, ma è lo stesso spazio necessario per accogliere un figlio che non abbiamo generato personalmente; nell’adozione e nell’affido, infatti, si realizzano gli stessi processi e la genitorialità si nutre delle medesime forze.<br />
Il bambino saprà occupare tutti questi spazi e lentamente diventerà parte di noi. Senza di lui ci mancherà un pezzo di noi e ci sentiremo incompleti. Il vero spazio emozionale durerà per sempre, anche quando verrà meno lo spazio fisico; anche quando noi non ci saremo più e lui continuerà a vivere per noi e noi continueremo a vivere in lui.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;">Concludo con la riflessione che il bambino, fin dai primi minuti di vita, va considerato un essere sociale, propositivo e interattivo, competente e naturalmente predisposto alla relazione. A mio avviso questa è la migliore chiave di lettura per affrontare i dubbi e le paure del crescere un figlio e per vivere con maggiore consapevolezza le gioie e le speranze che questa piccola nuova persona incarna in sé.</p>
<p class="Stile21" style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #1aa6c9;"><span class="Stile23">Tratto da “Crescere un figlio”, di Alessandro Volta, </span><span class="Stile23">responsabile della Pediatria di Comunità e del Servizio Neonatale di Montecchio Emilia (RE), edito da Mondadori, 2013</span>.</span></strong></p>
<h2 class="Stile14" align="justify"></h2>
<h2 class="Stile14" style="text-shadow: #333333 0px 0px 0px !important;" align="justify">SEGNALO INOLTRE, DELLO STESSO AUTORE:</h2>
<ul type="disc">
<li class="Stile14 Stile27"><a style="text-shadow: #0000ee 0px 0px 0px !important;" href="http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/mi-e-nato-un-papa/" target="_blank">Mi è nato un papà</a></li>
<li class="Stile18"><a style="text-shadow: #0000ee 0px 0px 0px !important;" href="http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/nascere-genitori/" target="_blank">Nascere genitori</a></li>
<li class="Stile18"><a style="text-shadow: #0000ee 0px 0px 0px !important;" href="http://www.bonomieditore.it/apgar.html" target="_blank">Apgar 12</a></li>
</ul>
<h5 class="Stile22" align="justify"></h5>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Nuove Norme per Disturbi Specifici dell&#8217;Apprendimento</title>
		<link>https://angelocantarelli.com/nuove-norme-per-disturbi-specifici-dellapprendimento/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2015 09:50:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pediatria]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>
		<category><![CDATA[Socializzazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Visualizza il PDF in allegato a questo articolo qui: Nuove Norme per Disturbi Specifici dell&#8217;Apprendimento. &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Visualizza il PDF in allegato a questo articolo qui: <a href="http://www.aiditalia.org/Media/Documents/legge170_10.pdf" target="_blank">Nuove Norme per Disturbi Specifici dell&#8217;Apprendimento</a>.</p>
<a href="http://www.aiditalia.org/Media/Documents/legge170_10.pdf" target="_blank"><img class="alignnone wp-image-1000" src="http://angelocantarelli.com/wp-content/uploads/2015/08/pdf-icon-150x150.png" alt="" width="90" height="90" /></a>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Verità: perché dire la verità ai bambini (parte 2)</title>
		<link>https://angelocantarelli.com/verita-perche-dire-la-verita-ai-bambini-parte-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2015 17:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; IN DEFINITIVA.. NOI GENITORI POSSIAMO, ANZI DOBBIAMO, SPIEGARE AL BAMBINO I CONCETTI PIÙ COMPLESSI DA COMPRENDERE E COMUNICARGLI GLI EVENTI PIÙ DOLOROSI E NEGATIVI CHE LA VITA GLI PUÒ RISERVARE. SE SAPREMO TROVARE IL TEMPO, I MODI E LE PAROLE ADATTE, LASCIANDOGLI SFOGARE LA RABBIA ED IL DOLORE CHE NE POSSONO DERIVARE, EGLI NON RIMARRÀ [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><div class="dt-sc-toggle-frame">	<h5 class='dt-sc-toggle'><a href='#'>QUANDO IL BAMBINO SI COMPORTA MALE</a></h5>	<div class="dt-sc-toggle-content" style="display: none;">		<div class="block"><ul>
<li><span style="color: #ff0000;">NO: “SEI UN CATTIVO BAMBINO”</span>
<p style="text-align: justify;">Dare delle etichette è sempre negativo, in quanto si influenza il processo di crescita psicologica del bambino. Il piccolo si può immedesimare nella parte e comportarsi proprio come è stato definito, quasi rispondendo alle aspettative dei genitori. Quindi, se gli si dice sempre che è cattivo, potrebbe finire per comportarsi ancora peggio. Inoltre, può sviluppare anche dei sensi di colpa, non sentendosi accettato completamente per quello che è.</p>
</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #00ccff;">SÌ: “HAI FATTO UNA BRUTTA AZIONE”</span>
<p style="text-align: justify;">È importante distinguere sempre la persona dal gesto: non bisogna etichettare in senso negativo il bimbo in sé, ma l’atteggiamento sbagliato. Per questo le frasi giuste da usare sono quelle del tipo: “Io so che sei bravo e allora non ti devi comportare così perché questo è un capriccio”. Non si accusa il bimbo nel suo insieme, ma soltanto l’azione negativa che ha compiuto. Non è facile perché nei momenti di discussione ci si può dimenticare di questa distinzione e arrabbiarsi, ma si può sempre rettificare, spiegando al bimbo che si è sbagliato e si voleva semplicemente punire l’azione negativa.		</div>	</div></div>
</li>
</ul>
<div class="dt-sc-toggle-frame">	<h5 class='dt-sc-toggle'><a href='#'>QUANDO IL BAMBINO FA I CAPRICCI</a></h5>	<div class="dt-sc-toggle-content" style="display: none;">		<div class="block"><ul>
<li><span style="color: #ff0000;">NO: “SE NON LA PIANTI ARRIVA IL LUPO E TI PORTA VIA”</span>
<p style="text-align: justify;">I “sistemi terroristici ”non sono quasi mai il modo migliore per avere obbedienza dal bimbo. È sbagliato, in particolare, affidarsi a qualcun altro, come il lupo, l’uomo nero, la strega o l’orco, per imporre una regola da rispettare, perché così, inevitabilmente, agli occhi del bimbo il genitore appare fragile e tentennante, dipendente cioè, da altri. Mamma e papà devono, invece, assumersi la responsabilità delle proprie azioni, in modo da dimostrarsi forti e sicuri nei confronti del piccolo, che può trarre sicurezza dall’adulto e crescere sereno.</p>
</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #00ccff;">SÌ: “SMETTILA PERCHÉ NON SERVE”</span>
<p style="text-align: justify;">Per far rispettare una regola al bimbo è bene dare una spiegazione del come mai è necessario seguirla (del tipo ”non andare là perché passano le macchine”) e poi, soprattutto con i più piccoli, imporsi, perché, spesso, non hanno ancora la capacità di comprendere le conseguenze di certe azioni. Tante volte, nonostante le spiegazioni, il piccolo non accetta la regola e allora il genitore deve mostrarsi risoluto, perché il bimbo ha bisogno di punti fissi per il suo comportamento. È come se mettesse alla prova i genitori per cercare dei limiti alle loro azioni e quando li trova sta meglio, perché acquista sicurezza. E non bisogna aspettare, in quanto il tempo da spazio al capriccio: se il bimbo è nervoso e agitato e non lo si blocca imponendosi, aumentano il suo nervosismo e la sua agitazione.		</div>	</div></div>
</li>
</ul>
<div class="dt-sc-toggle-frame">	<h5 class='dt-sc-toggle'><a href='#'>QUANDO È SCOMPARSO UN PARENTE</a></h5>	<div class="dt-sc-toggle-content" style="display: none;">		<div class="block"><ul>
<li><span style="color: #ff0000;">NO: ”IL NONNO È ANDATO VIA PER UN PO’”</span>
<p style="text-align: justify;">In questo modo si creano delle aspettative nel bimbo che non si realizzeranno mai e che possono creare anche sensi di colpa: il piccolo può arrivare a pensare che se il parente scomparso e non viene più a trovarlo è perché lui è stato cattivo o ha un brutto carattere. In più, quando verrà a scoprire la verità, facilmente perderà la fiducia nei genitori, perché gli hanno mentito su un evento così importante.</p>
</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #00ccff;">SÌ: “…TI GUARDA DAL CIELO”</span>
<p style="text-align: justify;">Quando è possibile, è bene preparare il piccolo ad una notizia del genere, informandolo della malattia della persona cara. Se poi il bimbo ha già cinque o sei anni e non è eccessivamente emotivo, è, eventualmente, consigliabile portarlo all’ospedale a trovare il nonno e poi farlo partecipare al funerale. I bambini, infatti, sentono spesso parlare della morte in televisione, ma in una forma lontana dalla realtà, che può fare ancora più paura a livello inconscio, mentre è giusto affrontarla in modo naturale. È bene dare la possibilità al bimbo di esprimere il proprio dolore, con pianti e tristezza, così da fargli “tirar fuori” quello che sente e accettare la situazione. Per aiutare il bimbo, si può dirgli che il parente rimane comunque vicino e che dal cielo lo osserva e segue tutto quello che fa.		</div>	</div></div>
</li>
</ul>
<div class="dt-sc-toggle-frame">	<h5 class='dt-sc-toggle'><a href='#'>QUANDO I GENITORI SI SONO SEPARATI</a></h5>	<div class="dt-sc-toggle-content" style="display: none;">		<div class="block"><ul>
<li><span style="color: #ff0000;">NO: “IL PAPÀ È FUORI PER LAVORO O ALTRO E POI TORNERÀ”</span>
<p style="text-align: justify;">Nascondere un fatto così importante per al vita della famiglia è oltremodo negativo, perché così facendo, invece di aiutare il bimbo, lo si danneggia. È bene sapere che la separazione dei genitori viene vissuta dal bimbo grande o piccolo con molti sensi di colpa. Egli è portato a sentirsi responsabile delle loro liti e può arrivare a pensare che se il papà è andato via, è perché lui non è stato abbastanza buono. Se non è messo nelle condizioni di poter esprimere questi suoi timori, a livello inconscio a livello inconscio possono ingigantirsi ancora di più.</p>
</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #00ccff;">SÌ: “ VIVE LONTANO MA TI VUOLE BENE”</span>
<p style="text-align: justify;">È giusto andare per gradi nel rivelare una separazione al bambino, perché l’evento lo farà comunque soffrire, ma non bisogna mentire. Per questo è bene aiutarlo ad esprimere il dolore e le paure connesse a questo fatto, parlandone sinceramente con lui. In particolare va detto tante volte e dimostrato in tutti i modi possibili che non è lui la causa della separazione e che mamma e papà, pur non vivendo più insieme, continuano entrambi a volergli bene. È necessario ripetergli spesso questo concetto per rassicurarlo e dargli il tempo di accettarlo emotivamente. In molti casi, poi, può essere utile rivolgersi ad un esperto che aiuti i genitori ed il bimbo ad affrontare nel modo migliore questo evento così doloroso.		</div>	</div></div>
</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #00ccff;">IN DEFINITIVA.. NOI GENITORI POSSIAMO, ANZI DOBBIAMO, SPIEGARE AL BAMBINO I CONCETTI PIÙ COMPLESSI DA COMPRENDERE E COMUNICARGLI GLI EVENTI PIÙ DOLOROSI E NEGATIVI CHE LA VITA GLI PUÒ RISERVARE. SE SAPREMO TROVARE IL TEMPO, I MODI E LE PAROLE ADATTE, LASCIANDOGLI SFOGARE LA RABBIA ED IL DOLORE CHE NE POSSONO DERIVARE, EGLI NON RIMARRÀ CONFUSO O TRAUMATIZZATO, MA FARÀ GRANDI PASSI NELLA SUA CRESCITA CHE NON E&#8217; SOLO FISICA, MA ANCHE </span></strong><strong><span style="color: #00ccff;">PSICOLOGICA E RELAZIONALE.</span></strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Da &#8220;Bambini sani e belli e drac&#8221;</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Verità: perché dire la verità ai bambini</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2015 16:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Quante volte siamo stati assaliti da mille dubbi nel momento in cui, da genitori, abbiamo dovuto affrontare con i nostri figli, piccoli o cresciuti che fossero, situazioni imbarazzanti o scabrose od eventi dolorosi.. o dovevamo imporre disciplina! E quante volte, per paura di ferirli o per ottenere risultati apparentemente più rapidi abbiamo optato per soluzioni [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quante volte siamo stati assaliti da mille dubbi nel momento in cui, da genitori, abbiamo dovuto affrontare con i nostri figli, piccoli o cresciuti che fossero, situazioni imbarazzanti o scabrose od eventi dolorosi.. o dovevamo imporre disciplina! E quante volte, per paura di ferirli o per ottenere risultati apparentemente più rapidi abbiamo optato per soluzioni di comodo o non ponderate o addirittura dimostratesi nel tempo controproducenti. C’è, però, una regola imprescindibile, che, tra l’altro, aiuterà i nostri figli a crescere sani dentro e questa è.. <span style="color: #00ccff;">DIRE LA VERITÀ</span>. La sincerità paga sempre nella vita e, in questo caso nell&#8217;educare, in quanto crea un rapporto di fiducia impossibile ad essere scalfito, crea un rapporto di stima reciproca che nulla potrà modificare, utilissimo in futuro quando i nostri figli attraverso l’adolescenza si affacceranno alla vita. Un dialogo aperto e franco fin dalla tenera età, tenendo nel dovuto conto il carattere e la personalità di ogni singolo bimbo, consentirà al bambino stesso di esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni. Credo di poter dire che anche i concetti più complessi potranno essere espressi senza paura od ansia se useremo <span style="color: #00ccff;">LA VERITÀ</span>. Importante sarà individuare il modo ed i tempi giusti per farne uso.<br />
Con questa pagina, facendo alcuni esempi, cercheremo di impratichirci ne <span style="color: #00ccff;">LA VERITÀ</span>.<br />
Quando saremo tutti più adulti non vi saranno più difficoltà nel farne uso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="dt-sc-toggle-frame">	<h5 class='dt-sc-toggle'><a href='#'>IL BIMBO CHIEDE COME NASCONO I BAMBINI</a></h5>	<div class="dt-sc-toggle-content" style="display: none;">		<div class="block"><ul>
<li><span style="color: #ff0000;">NO: &#8220;CRESCONO SOTTO I CAVOLI O LI PORTANO LE CICOGNE&#8221;</span>
<p style="text-align: justify;">Raccontare bugie su questi temi <span style="color: #00ccff;">è il modo migliore per far crescere i bambini con inutili tabù.</span> Quando, infatti, prima o poi scoprirà come nascono veramente i bambini, sarà portato a pensare che dietro a questo evento ed alla sessualità in generale ci sia qualcosa di negativo e vergognoso, dato che i genitori non hanno potuto essere sinceri con loro.</p>
</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #00ccff;">SÌ: &#8220;SONO IL FRUTTO DELL’AMORE DI MAMMA E PAPÀ&#8221;</span>
<p style="text-align: justify;">I genitori dovrebbero rispondere alle curiosità dei figli, man mano che queste si presentano, senza imbarazzi e falsi pudori, trovando le parole giuste in base all’età del piccolo. È evidente che, così facendo, si instaurerà un rapporto di sincerità reciproca tra genitore e figlio che renderà più semplice, negli anni successivi, anche affrontare temi più delicati, proprio perché si sarà già instaurato<span style="color: #00ccff;"> un dialogo costruttivo sulle tematiche sessuali</span>. Si eviterà così che i nostri figli attingano la verità da altre fonti, spesso non attendibili o non qualificate, escludendoci di fatto dalla prerogativa dell’educazione e sottraendoci la possibilità di essere loro confidenti nei momenti difficili della vita.</p>
</li>
</ul>		</div>	</div></div>
<div class="dt-sc-toggle-frame">	<h5 class='dt-sc-toggle'><a href='#'>IL BIMBO È DISPETTOSO</a></h5>	<div class="dt-sc-toggle-content" style="display: none;">		<div class="block"><ul>
<li><span style="color: #ff0000;">NO: &#8220;GUARDA LUI COME È BRAVO&#8221;</span>
<p style="text-align: justify;">Fare i confronti con gli altri bimbi, o peggio ancora con i fratelli, è assolutamente negativo e bisognerebbe <span style="color: #00ccff;">imporsi di non cadere mai in questo errore</span>. Il bimbo può sentirsi frustrato, incompreso e non all&#8217;altezza e si aumentano le probabilità che cresca insicuro, poco socievole e con scarsa stima di sé.</p>
</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #00ccff;">SÌ: &#8220;TI VOGLIO BENE ANCHE QUANDO FAI COSì&#8221;</span>
<p style="text-align: justify;">Davanti ad un bimbo molto vivace e dispettoso, è facile perdere la pazienza e sgridarlo spesso, <span style="color: #00ccff;">ma la mamma ed il papà devono sempre rassicurarlo</span>. Per questo è bene dire al piccolo che lo si ama anche quando si comporta male, anzi, che ci si arrabbia proprio perché gli si vuole bene. Poi, è importante, fargli capire che la sua azione negativa procura dolore e fa soffrire il genitore. È necessario, infatti, educare e stimolare il bimbo a comportarsi correttamente, ma senza portarlo a pensare che questo intacchi l&#8217;amore che si nutre verso di lui. Il bimbo deve quindi sempre saper che l&#8217;affetto dei suoi cari c&#8217;è comunque e non diminuisce certo per una cattiva azione.		</div>	</div></div>
</li>
</ul>
<div class="dt-sc-toggle-frame">	<h5 class='dt-sc-toggle'><a href='#'>IL BIMBO LITIGA CON IL FRATELLINO</a></h5>	<div class="dt-sc-toggle-content" style="display: none;">		<div class="block"><ul>
<li><span style="color: #ff0000;">NO: &#8220;È COLPA TUA PERCHÉ SEI IL PIÙ GRANDE&#8221;</span>
<p style="text-align: justify;">È sbagliato pretendere troppo dal maggiore e scusare sempre il minore perché è piccolo. Per un genitore può risultare spontaneo appoggiarsi al bimbo grande e pretendere da lui un comportamento maturo e irreprensibile in ogni occasione. Alla lunga <span style="color: #00ccff;">ciò accuisce i conflitti fra fratelli</span> e responsabilizza troppo il maggiore, che può sentirsi rifiutato e non libero di comportarsi come un bimbo della sua età desidererebbe.</p>
</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #00ccff;">SÌ: &#8220;HA SBAGLIATO LUI ANCHE SE È PICCOLO&#8221;</span>
<p style="text-align: justify;">Un atteggiamento equilibrato nella gestione dei conflitti fra fratelli è di grande aiuto per entrambi: il maggiore si sente gratificato <span style="color: #00ccff;">e sa che i genitori non sono sempre dalla parte dell&#8217;altro</span>, il minore impara a non averla sempre vinta e a non diventare viziato ed egocentrico. In questo modo, poi, sarà più facile ogni tanto coinvolgere il grande e chiedergli un aiuto nella gestione del fratello, puntando sul suo senso di responsabilità. La collaborazione è possibile, però, soltanto se prima, le volte in cui aveva ragione, gli è stata riconosciuta.		</div>	</div></div>
</li>
</ul>
<div class="dt-sc-toggle-frame">	<h5 class='dt-sc-toggle'><a href='#'>QUANDO LO SI È SGRIDATO INGIUSTAMENTE</a></h5>	<div class="dt-sc-toggle-content" style="display: none;">		<div class="block"><ul>
<li><span style="color: #ff0000;">NO: &#8220;SEI TU CHE MI FAI PERDERE LA PAZIENZA&#8221;</span>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che i genitori ammettano e riconoscano i propri errori è di grande utilità per il bimbo, in quanto lo aiuta ad accettare anche le proprie imperfezioni e i propri sbagli. Inoltre il piccolo non aspetta altro che il momento della riconciliazione, anche se non lo dimostra. È importante offrirgli la possibilità di chiedere scusa, mettendolo in condizioni favorevoli e dandogli l&#8217;esempio. Si può fare il primo passo, soprattutto se la colpa è stata in parte dei genitori, in modo da spingere il piccolo a imitare i genitori e a chiedere scusa anche lui, quando saprà di avere sbagliato. Bisognerebbe, in particolare, evitare di andare a dormire alla sera arrabbiati l&#8217;uno con l&#8217;altro.</p>
</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #00ccff;">SÌ: &#8220;HO SBAGLIATO E TI CHIEDO SCUSA&#8221;</span>
<p style="text-align: justify;">Fare il genitore sul piedistallo, colui che non sbaglia mai, non serve per l&#8217;educazione. Da una parte non è realistico in quanto ogni persona fa errori e quando il figlio si accorge del nostro atteggiamento noi perdiamo credibilità; dall&#8217;altra se proprio si trasmette un&#8217;immagine di perfezione, diventiamo un esempio distante e difficile da seguire.		</div>	</div></div>
</li>
</ul>
<p style="text-align: right;"><em>Da &#8220;b. sani e belli&#8221;</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Stress da asilo</title>
		<link>https://angelocantarelli.com/stress-da-asilo/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2015 15:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>
		<category><![CDATA[Socializzazione]]></category>

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		<description><![CDATA[È importante premettere che non esistono risposte assolutamente giuste o assolutamente sbagliate. L’idea che possa essere negativo inserire il bambino all&#8217;asilo fra gli 8 e i 24 mesi non nasce dalla teoria che proprio in questa fase dello sviluppo il bambino riconosce l’estraneo e questo gli provoca nella separazione angoscia e paura. In realtà oggi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ccff;">È importante premettere che non esistono risposte assolutamente giuste o assolutamente sbagliate.</span> L’idea che possa essere negativo inserire il bambino all&#8217;asilo fra gli 8 e i 24 mesi non nasce dalla teoria che proprio in questa fase dello sviluppo il bambino riconosce l’estraneo e questo gli provoca nella separazione angoscia e paura.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà oggi le teorie dell’attaccamento ci dicono che un bimbo inizia fin dalla nascita a costruire con le figure di riferimento significative, di solito la mamma ed il papà, un legame che gli consente di prepararsi proprio alla separazione ed all&#8217;esplorazione dell’ambiente. Un bimbo, infatti, può separarsi ed affidarsi ad altri, nel momento in cui sente di avere già vissuto un’ esperienza importante di legame, che rimanga come una base sicura a cui poter ritornare nel momento del bisogno. <span style="color: #00ccff;">Questo processo inizia subito, per arrivare, a compimento verso i tre anni, quando il bimbo avrà definitivamente interiorizzato questo genitore sicuro dentro di sé.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Dunque più il bimbo è piccolo e più sarà importante rassicurarlo, e curare il momento della separazione. Nello stesso tempo egli sarà meno pronto ad aprirsi ad altri significativi attaccamenti e legami, anche con i pari.<br />
Dunque è importante non considerare l’angoscia che il bimbo subisce verso gli otto mesi come un segno che sia meglio evitare l’inserimento, ma tutt&#8217;altro.<br />
Il problema riguarda in questo caso, più spesso l’adulto che preferisce separarsi da un bimbo che non piange e non protesta per la separazione. In realtà l’assenza di angoscia in un bimbo molto piccolo ci parla solo del fatto che forse questo bimbo non ha ancora un attaccamento, passaggio invece fondamentale per allontanarsi, sicuro di non essere abbandonato.</p>
<p style="text-align: justify;">È fondamentale fare un’ultima riflessione. Ogni bimbo ha un percorso di sviluppo assolutamente specifico, <span style="color: #00ccff;">condizionato dalle sue caratteristiche individuali, dagli eventi che hanno già attraversato la sua vita</span> (ospedalizzazioni, perdite, separazioni) <span style="color: #00ccff;">e dalla relazione con le figure di riferimento.</span> Quest’ultimo aspetto è naturalmente fondamentale. Talvolta ci sono bimbi che si ammalano molto perché devono farsi le difese immunitarie e questo non deve a priori far interrompere l’esperienza della socializzazione. Ci sono bimbi che invece si ammalano moltissimo: questo può scatenare un importante stress per tutti i familiari e, ovviamente, per il bimbo che si troverebbe in uno stato di malattia cronica veramente impegnativo: naturalmente questo dovrebbe far soffermare i genitori sulla possibilità di interrompere l’esperienza o temporaneamente o definitivamente per quell’anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, <span style="color: #00ccff;">un bimbo può arrivare al Nido con “difese” mentali e di relazione sufficienti, altri invece possono arrivare ancora troppo fragili e dunque non essere pronti.</span> Questo non significa che in assoluto, si debba evitare l’esperienza, ma solo che in questi casi la cura dei tempi e dei modi nella separazione divengono fondamentali, insieme con il tentativo da parte dei genitori di comprendere che cosa ha portato il bimbo a trovarsi in tale difficoltà.</p>
<p style="text-align: right;"><em>D.ssa Katia Vettori</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Io come Pediatra sono totalmente d’accordo su quanto la nostra abile psicologa così garbatamente ci dice a proposito dello stress da separazione. <span style="color: #00ccff;">Sono</span>, cioè, <span style="color: #00ccff;">in sintonia sulla socializzazione</span>, se volete, anche precoce, forse per me meglio se non troppo precoce. Se precoce deve essere, i consigli che potrei dare sono che sicuramente <span style="color: #00ccff;">rinvierei</span> l’inserimento <span style="color: #00ccff;">di fronte ad un bimbo molto sensibile o ad un bimbo già stressato per altri motivi</span> (la nascita di un fratellino, un trasloco, la separazione dei genitori).</p>
<p style="text-align: justify;">Consiglierei di scegliere oculatamente il giusto Nido il quale non dovrà essere improvvisato, concepito come un parcheggio o un semplice luogo di intrattenimento: il Nido, cioè, deve essere anche per bimbi così piccoli un posto dove si offre educazione, dove il bimbo vive esperienze di crescita vera e stimoli corretti; pertanto informarsi sui progetti pedagogici, sull&#8217;organizzazione del Nido che si intende scegliere e sulla preparazione e aggiornamento e affidabilità del suo personale. Fondamentale risulterà praticare d’accordo con le Educatrici <span style="color: #00ccff;">un buon inserimento</span>, lento e graduale con la partecipazione attiva di un genitore: solo con questa pratica si riuscirà ad individuare il bimbo “abile ed arruolabile”.</p>
<p style="text-align: justify;">E se stress ci fosse non tanto elevato da rinunciare all&#8217;esperienza della socializzazione, per ridurlo drasticamente dobbiamo ricordarci che siamo una famiglia nel senso intimo della parola: <span style="color: #00ccff;">non scordarsi di dispensare al nostro piccolo attenzioni e coccole prima, dopo e fuori dal Nido</span> durante i giorni festivi; bisognerà ritenere nella giusta importanza i giochi cosiddetti di contatto fisico come la “lotta”, dare anche al bagnetto questo significato e rispolverare la vecchia pratica di raccontare le favole alla sera prima di addormentarsi, eventualmente abbracciati; proviamo ad evitare di isolarli con attività solo personali come guardare un cartone animato tutto solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi verrà voglia di dire che sono tutte cose ovvie.. ma credo che ciò non sia proprio vero (in fondo i primi stressati siamo noi genitori, siamo sempre stanchi e poco disponibili) per cui per me è meglio ricordarle.</p>
<p style="text-align: justify;">Due parole si devono spendere, a mio parere<span style="color: #00ccff;"> sui sensi di colpa che possono colpire una mamma</span> costretta o disponibile ad una socializzazione precoce del proprio figliolo, anziché occuparsi personalmente di lui tutto il giorno. In fondo questo sentimento se percepito dal bambino alimenterà e confermerà la sua paura di abbandono, facendogli vivere peggio l’inserimento e la frequenza al Nido. Occorre che il genitore sia consapevole dell’opportunità positiva che offre al proprio figliolo, ambientandolo in un contesto educativo di qualità. <span style="color: #00ccff;">Poi è sempre meglio avere in casa un ambiente sereno e ottimista</span>, passando insieme al bimbo momenti di allegria per quel che si può, <span style="color: #00ccff;">piuttosto che vivere con ansia e frustrazione il tempo che si passa con lui, al pensiero di averlo lasciato solo tutto il giorno.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Care mamme in ogni modo cercate sempre un rapporto di fiducia e dialogo con le Educatrici: in questo modo non solo i genitori saranno sempre informati su ciò che fa il bimbo e come vive l’esperienza “Nido”, sentendosi, pertanto, più partecipi della vita del figlio, ma potranno anche trovare nell&#8217;insegnante un sostegno, un riferimento ed un aiuto a risolvere le proprie frustrazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, per quanto mi riguarda, ritengo necessario pensare seriamente ad un’ interruzione temporaneo o definitiva almeno per quell&#8217;anno quando il bimbo si ammali veramente troppo: noi pediatri consideriamo come normale per tutti i bimbi al primo anno di Nido ammalarsi da Settembre a Giugno 6 &#8211; 7 volte: se la situazione fosse più critica non credo si debba insistere perché esporremmo il bimbo alle intemperie di uno stato di malattia continuativo, al rischio dell’uso più o meno continuativo di medicinali, alla possibilità, alla fine, di considerare il nostro figliolo come un bimbo fragile e malato, quando, invece, altro non sarebbe, se il numero di ammalamenti fosse quello sopraddetto, che un bimbo sano che si ammala spesso.</p>
<p style="text-align: right;"><em>D.re Angelo Cantarelli</em><br />
<strong><span style="color: #00ccff;"><em>con la consulenza della D.ssa Elisabetta Scala coordinatrice MOIGE</em></span></strong><br />
<strong><span style="color: #00ccff;"> <em>e D.ssa Manuela Malena responsabile del Centro dell’Infanzia “Doremi Baby”</em></span></strong></p>
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		<title>Quando i genitori si dividono</title>
		<link>https://angelocantarelli.com/quando-i-genitori-si-dividono/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2015 14:49:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei motivi per cui molte coppie decidono di non separarsi, nonostante gravissimi problemi, è la presenza dei figli. In questi casi è molto importante porsi due domande: &#8220;E’ veramente per i bambini? Che cosa è meglio per un bambino?&#8221; Rispetto al primo quesito dobbiamo pensare che i motivi per cui due persone scelgono di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Uno dei motivi per cui molte coppie decidono di non separarsi, nonostante gravissimi problemi, è la presenza dei figli. In questi casi è molto importante porsi due domande: <span style="color: #00ccff;">&#8220;E’ veramente per i bambini? Che cosa è meglio per un bambino?&#8221;</span> Rispetto al primo quesito dobbiamo pensare che i motivi per cui due persone scelgono di costruire insieme una famiglia sono molte e profonde, hanno a che fare con la storia personale e i bisogni di ciascuno. Tra le caratteristiche che consentono ad una coppia di resistere nel tempo, vi sono la capacità di cambiare e di ridefinire nuovi equilibri, utilizzando il proprio vissuto come risorsa, e riconoscendo i propri limiti. L’arrivo di un figlio è indubbiamente uno dei passaggi più forti, ma fin dal principio nella relazione di coppia la mobilità e la capacità di negoziazione, ma in particolare di mantenere un senso del se autonomo, sono fondamentali.<br />
A volte sono queste stesse risorse che portano la coppia alla consapevolezza che non è più possibile portare avanti la relazione. Infatti, se inizialmente una coppia si struttura su alcuni bisogni reciproci, molti aspetti di sé e dell’altro sono destinati a cambiare, portando o a una rottura (che non sempre però viene messa concretamente in atto) o a una ridefinizione e ad una riscoperta l’uno dell’altro.<br />
Spesso le coppie in crisi raccontano di non riconoscere più l’altro.<br />
Alcune coppie possono, quindi, divenire “vittime” di questi meccanismi che pur essendo dolorosi , sono noti e in qualche modo “familiari”. Può essere meno difficile evitare di affrontare il problema all’interno della coppia, cercando al di fuori, parallelamente, delle compensazioni, o dandosi delle motivazioni come “i figli”, “la famiglia d’origine”, “la società”, ecc..<br />
Dal punto di vista psicologico ciò che diviene molto importante è cercare di comprendere la motivazione profonda del proprio malessere e delle proprie scelte. <span style="color: #00ccff;">Indipendentemente dal fatto che una coppia scelga, di rimanere insieme o separarsi, può essere molto importante comprendere che cosa è accaduto, che cosa possa avere portato alla crisi e perché si è scelta una certa strada.</span><br />
Questo lavoro non è facile, anche per un’abitudine a non guardare a ciò che accade in modo profondo, ma limitandosi ad una lettura concreta ed in parte superficiale della situazione.<br />
<span style="color: #00ccff;">Dunque i figli non possono essere il motivo profondo per cui una coppia rimane insieme (o si separa)!</span> Se chiediamo ad un bambino che cosa è meglio per lui, senza ombra di dubbio il suo bisogno/desiderio principale è che la mamma e il papà stiano insieme e vadano d’accordo.<br />
Ma l’adulto, il genitore non può utilizzare le medesime modalità di pensiero di un bambino. Ciò di cui un bambino ha bisogno, è di adulti che siano adulti, genitori che siano in grado di riconoscere ciò che è meglio, anche accettando il fatto che le loro scelte potrebbero avere delle conseguenze in qualche modo dolorose.<br />
Chi si occupa di mediazione famigliare sa bene, che troppo spesso le difficoltà nella coppia, la separazione portano i genitori ad essere travolti dai propri bisogni, non riuscendo più a vedere i bambini.<br />
Per esempio vi possono essere coppie in cui la relazione è oramai chiusa da tempo, non vi sono più rapporti sessuali da anni, entrambi hanno una vita sentimentale extra-famigliare, ma nonostante questo non dicono nulla al bambino, scegliendo di simulare una famiglia felice (“..per non farlo soffrire…). In questo caso il bambino si trova a vivere in un mondo in cui si è perso il confine tra ciò che è vero e ciò che è falso, anche nella sfera dei sentimenti,  una realtà in cui l’adulto non è più attendibile, ma in particolare in un mondo in cui nessuno si accorge che lui ha occhi per vedere e orecchie per sentire…Inoltre è necessario sottolineare come portare sulle proprie spalle il peso delle scelte dei genitori, ha delle conseguenze pesanti sull&#8217;autostima e l’affettività del bambino.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ccff;">Un bambino non ha bisogno che la mamma e il papà, se litigano molto, stiano insieme o si separino. Un bambino ha bisogno di persone che siano in grado di “pensare” da grandi, di guardare a se stessi e alla coppia in modo profondo e, quando necessario, di fare delle scelte e di parlare delle cose dolorose della vita trovando il linguaggio più adatto. Egli ha bisogno di adulti in grado di contenere sentimenti come l’ansia o la paura dell’abbandono. Ma in particolare persone che nel momento della difficoltà, cercano di comprendere perché la coppia è in crisi e se vi sono le risorse interne ed esterne, individuali e di coppia, per affrontare questo momento.</span> Quando la crisi è affrontata con questa modalità di pensiero “adulta”, anche i problemi della comunicazione con il bambino e delle scelte per lui, divengono meno complesse e gestibili.</p>
<div style="background-color: #eaf2f5; padding: 10px; text-align: justify;">
<p>A PARMA ABBIAMO IL CENTRO PER LE FAMIGLIE un Servizio Pubblico che gratuitamente offre:</p>
<ul>
<li>CONSULENZA ALLA COPPIA (il Comune di Parma attraverso una convenzione con il consultorio FAMIGLIA PIÙ offre la possibilità, a coppie e singoli, di avere alcuni incontri con psicologi e psicoterapeuti).</li>
<li>MEDIAZIONE FAMILIARE (tecnici preparati aiutano i genitori a comprendere come parlare della separazione ai propri figli, e come gestire al meglio l’affido).</li>
</ul>
<p>TEL. 0521.235693</p>
</div>
<p style="text-align: right;"><em>D.ssa Daria Vettori</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Cari genitori tenevo moltissimo che la D.ssa Vettori mi desse lo spunto per inserire sul sito una paginetta su questo argomento che ci coinvolge da vicino anche per la frequenza con cui, al giorno d&#8217;oggi, molte coppie si dividono o, se non lo fanno, creano nuclei familiari decisamente patologici in cui l&#8217;infelicità dei due coniugi va a braccetto con quella dei figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente parto dal presupposto che per i figli sia molto meglio crescere con due genitori che si separino fisicamente ma che attendano insieme alla loro educazione nella maniera migliore possibile, piuttosto che con due genitori che rimangano insieme, pur nel disaccordo più totale, per il bene dei figli stessi.<br />
Non so dire con precisione perché al giorno d&#8217;oggi due coniugi che fino a pochi mesi prima si giuravano eterno amore improvvisamente sentano la necessità di rinnegare questo amore buttando a carte quarant&#8217;otto l&#8217;equilibrio di una famiglia, figli compresi: ognuno vive una propria realtà nella quale agli altri non è dato entrare, se non tacciati di abuso di potere. Mi sia, peraltro, consentito di farvi leggere cosa scrive il dr Alberoni, psicologo, sull&#8217;amore, sulla fedeltà, sulla felicità: probabilmente ci siamo scordati dell&#8217;esistenza di ciò che leggerete qui di seguito oppure&#8230;proprio non pensavamo che potesse esistere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;..La parola volontà è quasi scomparsa dal lessico quotidiano. E’ stata sostituita dalla parola libertà, intesa come libertà di fare quello che ci pare seguendo il desiderio spontaneo, l’impulso immediato. La volontà invece è un comando che noi diamo a noi stessi e spesso consiste proprio nello sforzo per resistere all&#8217;impulso immediato e realizzare un ideale, un valore, un fine.</em><br />
<em>E’ questo che ci insegna “Pinocchio”. Il burattino viene continuamente distratto da nuovi desideri: le marionette, il gatto e la volpe, il paese dei balocchi. Non ha volontà, cede sempre all&#8217;impulso immediato e, perciò, va incontro a continue disgrazie.</em><br />
<em>All&#8217;estremo opposto invece oggi la volontà viene vista come una violenza su noi stessi che ci fa perdere la spontaneità.</em><br />
<em>Sono due posizioni estreme, entrambe sbagliate. Vediamolo nel caso dell’amore. Con la volontà non possiamo innamorarci di qualcuno. L’amore è dono, spontaneità, grazia, lo puoi solo accettare ed abbandonarti ad esso. Eppure anche l’innamoramento, per diventare amore profondo e duraturo, ha bisogno dell’intelligenza e della volontà. Se vuoi rendere felice il tuo amato non puoi fare quello che ti passa per la mente in quel momento, non puoi agire solo d’impulso senza pensare alle conseguenze. Devi conoscerlo, conoscere la sua vita, capire come pensa, decifrare i suoi gesti, rassicurarlo nelle sue paure, dissolvere le sue gelosie, dargli ciò che intimamente desidera, modellarti sulle sue fantasie finché, ad un certo punto, non ti accorgi che i suoi desideri diventano i tuoi, e i tuoi desideri ed i tuoi sogni sono diventati i suoi.</em><br />
<em>Anche la fedeltà richiede volontà. Perché non devi farti distrarre, farti tentare, ma tener ben fisso quello che è essenziale rispetto a quello che non vale nulla. Quando sei innamorato puoi essere felice solo con chi ami, e se lo tradisci, se ti distrai, se preferisci altre compagnie o altre cose, la vostra unicità si incrina, si degrada. Tutte le cose perfette richiedono una concentrazione totale; il compositore è totalmente assorbito dalla sua musica, lo scrittore dal suo romanzo. L’amore è ancora più esigente. Se entrambi non vi donate completamente all&#8217;altro, se non vi date e non ricavate da voi stessi il piacere, perdete lo stato di grazia, e non potrete più realizzare quell&#8217;intimità unica e miracolosa che fa durare l’amore e lo rende la più grande fonte di felicità e la più grande forza creativa della vita..&#8221;</em></p>
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		<title>Quando mamma e papà si fidanzano</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Aug 2015 19:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Con il termine di “famiglia ricomposta” ci si riferisce: «a tutte le situazioni nelle quali, dopo la separazione del padre e della madre di un bambino, uno dei genitori costituisce, sposandosi o convivendo, un nuovo nucleo familiare che prende in carico questo figlio in modo permanente, se il genitore in questione è quello che esercita [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Con il termine di “famiglia ricomposta” ci si riferisce: <em>«a tutte le situazioni nelle quali, dopo la separazione del padre e della madre di un bambino, uno dei genitori costituisce, sposandosi o convivendo, un nuovo nucleo familiare che prende in carico questo figlio in modo permanente, se il genitore in questione è quello che esercita da solo l’autorità genitoriale o a casa del quale è stata fissata la residenza abituale; in modo occasionale, nel caso in cui al genitore gli siano stati riconosciuti il diritto di visita e la possibilità di ospitare il figlio».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni, con la crescita delle separazioni, il fenomeno della ricostituzione di nuove famiglie, nelle quali, spesso, vi è un progetto anche genitoriale, è sempre più frequente. <span style="color: #00ccff;">Di fatto i bambini nati nelle prime relazioni si trovano a vivere in due famiglie, nelle quali devono necessariamente trovare una collocazione ed un senso di appartenenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò di cui dobbiamo essere consapevoli è che <span style="color: #00ccff;">queste situazioni sono molto complesse e di difficile gestione.</span> Non si deve però rischiare di cadere nell’errore di pensare che, quindi, la cosa migliore per un bambino sia quella di non essere mai messo in condizione di dovere vivere tra due famiglie. <span style="color: #00ccff;">Se infatti questa è la situazione, i bambini, non possono essere lasciati fuori, oppure costretti a vivere in una realtà “finta”</span> appositamente creata per evitar loro la fatica di accogliere nella propria vita nuove figure.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà ciò che veramente fa la differenze in situazioni di questo tipo è quello che, di fatto, è avvenuto prima, al momento della separazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ccff;">Dovremmo prima di tutto porci alcune domande sulla elaborazione della separazione.</span> Troppo spesso infatti la non accettazione di nuovi partner deriva dal fatto che uno dei due o entrambi vivono ancora, inconsapevolmente, come una coppia, nella quale il conflitto diviene un modo per vivere un legame irrisolto. Inoltre spesso, quando le cose sono state gestite in modo poco pensato e poco adulto, la percezione del tempo dei coniugi è molto differente. Se per uno è necessario prendere tempo prima di introdurre nuove figure, o “peggio ancora” un nuovo matrimonio o un figlio, per un altro il tempo trascorso è sempre più che sufficiente se non troppo. Naturalmente in questi casi il farsi aiutare da figure esterne può essere di grande aiuto per comprendere a fondo quanto il bisogno e la paura di ciascuno possa avere in qualche modo, alterato la percezione di tempi e modi idonei al bambino. Spesso, infatti, il bisogno di non sentirsi coloro i quali provocano nel figlio dolore, induce la messa in atto di meccanismi, come la negazione della fatica del figlio e la richiesta, inconsapevole, di non mostrare il proprio affanno e le proprie paure. In questi casi il bambino, pur vivendo prima la separazione, poi una nuova casa e poi un nuovo partner, non può permettersi di vivere appieno la complessità dell’integrazione, arrivando a sua volta a credere che l’unico modo per sopravvivere è quello di essere scisso tra mondi che non comunicano fra di loro, di essere una persona differente in ogni contesto, avvallando il bisogno degli adulti di essere sempre quelli prescelti (quando sono con la mamma si alleano con lei, quando sono con il papà sono suoi complici, utilizzando bugie e amplificando prospettive diverse).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ccff;">Quando invece i passaggi sono stati affrontati con maturità ed un atteggiamento di ascolto dei bisogni dei bambini,</span> anche la ricostruzione di nuove famiglie diviene possibile e, di certo, non negativa. Naturalmente ogni cambiamento, per un bambino, in particolare se reduce da una esperienza di separazione, non è facile da accettare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Vi possono essere paure ed il bisogno di essere rassicurati rispetto al non dover fare una scelta fra due famiglie, o di non dover sostituire la propria mamma o il proprio papà con nuove figure. <span style="color: #00ccff;">Inoltre il bambino ha bisogno di essere riconosciuto nella fatica che tale esperienza implica:</span> due case, spostamenti continui, ma, in particolare, la necessità di integrare stili di vita e genitoriali anche molto differenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ccff;"><strong>Nel contempo un bambino ha bisogno di sapere come stanno le cose, ha bisogno di sapere la verità per poter esprimere le proprie, legittime, paure e dubbi.</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Solo se ascoltato e legittimato ad esprimere ciò che sente, e solo se considerato capace di sapere come stanno le cose, un bambino non perderà la fiducia nell&#8217;adulto.</p>
<p style="text-align: justify;">La fiducia in queste situazione risulta essere fondamentale, in quanto il proporre ad un bambino di avvicinarsi a nuove figure, di accoglierne gli atteggiamenti sia affettivi che educativi, non può prescindere dal fatto che il figlio senta che mamma e papà non lo metterebbero mai in una situazione impossibile o di scelta emotiva. Solo in questo modo egli può arrivare a non avere quella confusione tanto temuta dagli adulti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ccff;">Quante volte genitori separati mi hanno detto di avere chiesto ai loro partner di tenersi fuori dalla relazione genitoriale con i propri figli, per non fare loro confusione o per non creare nell’ex marito/moglie gelosie.</span> Di fatto, in questo modo, noi stiamo dando al bambino un messaggio assolutamente confusivo ed ambiguo. Gli stiamo dicendo che deve fare una scelta, e che compromettersi in una relazione affettiva con i nuovi partner è “pericoloso”. <span style="color: #00ccff;">In realtà i bambini hanno bisogno di sentire di potersi affezionare, di potersi fidare e affidare a persone che</span> nel tempo divengono sempre più importanti nella loro vita, perché <span style="color: #00ccff;">sono i compagni e le compagne della loro mamma e del loro papà</span>, perché non si possono vivere le relazioni in modo parziale ed <span style="color: #99cc00;">in particolare perché avere più adulti che si prendono cura è meglio rispetto ad avere genitori confusi e troppo impegnati nei propri conflitti o bisogni.  </span></p>
<p style="text-align: justify;">Se gli adulti non fanno confusione, i bambini non possono confondersi. Se gli adulti non si sentono deprivati o “sostituiti”, se sono in grado di non chiedere ai propri figli una “alleanza” esclusiva, allora i<span style="color: #00ccff;">n questo caso il compagno o la compagna degli ex partner possono veramente divenire una risorsa… </span>(il valore delle “pluri appartenenze”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ultima, ma non meno importante considerazione riguarda <span style="color: #00ccff;">l’arrivo di bambini nelle nuove famiglie.</span> Quanto fino ad ora sottolineato, diviene ancora più importante e significativo, con l’arrivo di un fratellino o una sorellina. I figli che si trovano “nel mezzo” non sono certamente in una situazione facile. Inoltre essi possono temere di poter perdere il loro ruolo, “sostituiti” da bambini nati nei nuovi nuclei. <span style="color: #00ccff;">Di fatto anche in questo caso, la gradualità delle scelte, l’ascolto del bambino, la legittimazione del suo sentire e la rassicurazione, insieme con il dire sempre la verità, risultano essere regole semplici, ma fondamentali.</span></p>
<p style="text-align: right;"><em>D.ssa Daria Vettori</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="background-color: #eaf2f5; padding: 10px; text-align: justify;">
<p>Esiste a Parma un servizio di mediazione famigliare, gratuito, dove coppie separate possono affrontare anche l’ingresso di un nuovo partner nella propria vita:</p>
<p><strong>Centro per le Famiglie</strong><br />
Borgo San Giuseppe<br />
Tel. 0521235693</p>
</div>
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		<title>Gelosia fra fratelli</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2015 15:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;È lui che vuole un fratellino&#8221;. Questa è una frase che spesso sentiamo dire da un genitore. In realtà quando un bambino chiede un fratello non sa di certo quello a cui va incontro, indipendentemente dall&#8217;età. L&#8217;arrivo di un fratellino è una esperienza insieme coinvolgente e positiva, ma anche ben difficile da metabolizzare, a volte, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;È lui che vuole un fratellino&#8221;. Questa è una frase che spesso sentiamo dire da un genitore. In realtà quando un bambino chiede un fratello non sa di certo quello a cui va incontro, indipendentemente dall&#8217;età. <span style="color: #ff0000;">L&#8217;arrivo di un fratellino è una esperienza insieme coinvolgente e positiva, ma anche ben difficile da metabolizzare, a volte, addirittura traumatica.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Quando arriva un fratellino gli equilibri esistenti cambiano in modo drastico ed imprevedibile. In linea di massima anche noi adulti non amiamo i cambiamenti, o per lo meno davanti ad essi proviamo sia sentimenti positivi e di curiosità che la  paura di perdere ciò che conosciamo e che ci tranquillizza. Dobbiamo dunque immaginare che per un bambino ciò che è “incognito”, ed un fratellino è di fatto uno sconosciuto, può essere vissuto come qualcosa che fa paura, una minaccia in quanto egli teme di perdere ciò che conosce e che gli da sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre quando arriva un fratellino la realtà sembra confermare le paure e le fantasie: <span style="color: #ff0000;">questo individuo entra nei pensieri di mamma e papà.</span> E la mamma ha un bel dire che nel suo cuore c&#8217;è spazio per tutti…le cose in realtà cambiano. Le richieste cambiano, le aspettative verso chi c&#8217;è già sono che questi possa &#8220;capire&#8221; e accogliere con gioia questo nuovo arrivo. <span style="color: #ff0000;">Il fratello “maggiore” deve quindi diventare velocemente e incomprensibilmente più grande.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Invece quando un bambino vive una situazione destabilizzante, la voglia è di tornare piccolo e di avere l&#8217;attenzione degli adulti che si prendono cura. </span>Allora, il più delle volte quello che succede è che, chi c’è già si arrabbia. Si arrabbia molto, e può anche avere voglia di far scomparire questo fratellino tanto sognato.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo bambino si sente dunque in qualche modo ingannato: &#8220;Io lo volevo, ma non così&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche per un adulto quando arriva un bambino il processo di integrazione fra fantasia e realtà è difficile, anche se necessario; come è complicato accogliere i sentimenti negativi che a questo cambiamento si associano (per esempio quando dopo qualche notte insonne ci si trova a pensare di voler “buttare giù dalla finestra” questo bambino che pare improvvisamente tutt’altro che fragile e indifeso, ma piuttosto un piccolo “mostro”). Anche un bambino che si trova a vivere una esperienza tanto diversa dalle attese, può iniziare a provare sentimenti ambivalenti, insieme ad una grande soddisfazione può provare emozioni che fanno paura, inaccettabili, a volte incontrollabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora ecco carrozzine che cadono inspiegabilmente giù per le scale, cadute misteriose e pianti improvvisi del nuovo arrivato appena rimane un istante solo con il fratello maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbracci troppo stretti o baci troppo intensi! In questi momenti i giochi preferiti possono essere quelli con dinosauri feroci e sanguinari che si nutrono di cuccioli indifesi, o bambole che vengono sottoposte a &#8220;cure&#8221; non del tutto piacevoli… <span style="color: #ff0000;">Sentirsi arrabbiati per l&#8217;attenzione perduta, per ciò che c&#8217;era ed ora non c&#8217;è più,</span> sentirsi gelosi per le attenzioni prestate al fratellino da poco arrivato in casa è assolutamente naturale e normale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che può invece far stare male è sentire che gli adulti intorno non sono in grado di accogliere e riconoscere, di legittimare questi sentimenti che non sono belli ma che esistono. Talvolta gli adulti accolgono solo un sentire positivo, mentre negano o non vogliono vedere la violenza o la rabbia nei propri figli. Questo non toglie questo sentire, lo rende solo inascoltato e quindi più facilmente agito. Dar voce a questi sentimenti, dargli un nome può invece aiutare il bambino a pensare, tollerare e &#8220;scegliere&#8221; di non agire.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Oggi i genitori hanno addirittura paura di parlare ai bambini del fatto che questo fratellino è nella pancia della mamma.</span> Questa paura si concretizza a volte nel non parlarne fino alla fine della gravidanza, o parlarne troppo, coinvolgendo anche in modo eccessivo il bimbo o i bimbi che già ci sono. Entrambi questi comportamenti sono profondamente legati alla <span style="color: #ff0000;">paura che spesso abbiamo di fare affrontare ai bambini esperienze che noi per primi sappiamo saranno per loro un pò &#8220;difficili&#8221;,</span> frustranti. Un bambino in realtà è in grado di reggere con tranquillità la nascita di un fratello, pur passando da sentimenti fortemente ambivalenti, di odio e di amore.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è nulla da temere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che per il bambino invece è profondamente destabilizzante è la mancanza di fiducia nella sua possibilità di affrontare le difficoltà delle vita, la paura di parlare con lui, il tenere segreti, il non riconoscergli sentimenti ed una ricchezza interiore, così come il non mettere filtri di alcun tipo ponendolo alla pari degli adulti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bambino ha bisogno di essere trattato come bambino…non come uno che non può capire. Dunque di ogni cosa si può parlare, anche del fatto che arriva un fratellino, ma con un linguaggio che lui possa comprendere e con un interlocutore che gli consenta di esprimere ciò che questa novità suscita.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">I sentimenti di gelosia nei confronti dei fratelli sono acuti all&#8217;arrivo di un neonato, ma caratterizzano in generale le relazioni fra fratelli.</span></p>
<p style="text-align: justify;">I bambini non sono tutti uguali, i figli non sono tutti uguali. La diversità può essere percepito in alcuni casi come un limite insopportabile. Quante volte i genitori dicono: &#8220;Io i miei figli li tratto tutti nello stesso modo&#8221;, come se questo fosse indice di giustizia e correttezza. In realtà ogni figlio è diverso e spesso la misura non è ciò che lui è, ma quanto egli soddisfa alle aspettative degli adulti. Dunque quando un figlio manifesta un atteggiamento di forte gelosia la prima domanda può essere, non solo &#8220;Che cosa lo fa sentire geloso nei confronti di suo fratello&#8221;, ma anche &#8220;Che cosa sento io nei confronti di quello che questo figlio è&#8221;. A volte la gelosia è un segnale di una sofferenza rispetto al sentire di non essere amati per ciò che si è.</p>
<p style="text-align: justify;">Se un figlio si sente amato per ciò che è, la gelosia nei confronti di un fratello è un sentimento  accettabile, diviene invece insopportabile quando, non solo non viene legittimato il dolore di scoprirsi diverso e, in quanto tale, limitato (lui ha qualcosa che io non ho), ma in particolare quando il genitore, per primo, fa dentro di sé una “classifica” in base al soddisfacimento delle proprie personali aspettative e desideri. In questo caso il dolore e la gelosia nei confronti di questo fratello non viene solo dal fatto che &#8220;lui ha qualcosa che io non ho&#8221;, ma perché &#8220;lui è più amato per questo!!&#8221;Ogni figlio ha quindi bisogno di essere amato per ciò che è e per questo trattato diversamente, perché solo in questo modo egli si può sentire riconosciuto e, forse, riuscirà a tollerare  più serenamente i propri limiti.</p>
<p style="text-align: right;"><em>D.ssa Daria Vettori </em></p>
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		<title>Figli tiranni</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2015 15:29:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[QUANDO I FIGLI PRENDONO IL POTERE Esercitare la propria autorevolezza per un genitore non è sempre facile. Spesso accade che i bambini prendano il potere, lasciandoci vulnerabili e confusi. In queste situazioni, oggi molto frequenti, i figli esercitano nei confronti dei genitori, e non solo, una sorta di tirannia, in cui sono loro a decidere [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>QUANDO I FIGLI PRENDONO IL POTERE</h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Esercitare la propria autorevolezza per un genitore non è sempre facile.</span><br />
Spesso accade che<span style="color: #ff0000;"> i bambini <em>prendano il potere</em></span>, lasciandoci vulnerabili e confusi.<br />
In queste situazioni, oggi molto frequenti, i figli esercitano nei confronti dei genitori, e non solo, una sorta di tirannia, in cui sono loro a decidere quello che è giusto o sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi casi i genitori corrono il rischio di spostare sul figlio la responsabilità di questo comportamento, sviluppando quindi nei suoi confronti un senso di rabbia e di delusione che, di frequente, vengono anche in modo diretto comunicati al bambino. Questo, naturalmente, anziché aiutare il bambino a ubbidire, rischia di provocare un cortocircuito di rancore e senso d’incomprensione reciproca.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente i genitori, <span style="text-decoration: underline;">essendo gli adulti</span>, dovrebbero essere quelli in grado di comprendere quanto sta accadendo, trovare un senso e attivare strategie differenti. Non possiamo pensare che il bambino, specialmente molto piccolo, possa avere questo compito, anche se spesso glielo possiamo arrivare a chiedere:<br />
<em><span style="color: #ff0000;">Perché fai così? Ma non capisci? Vuoi farmi un dispetto? Mi deludi… Mi vergogno di te…</span> </em><br />
Queste possono essere alcune delle domande o affermazioni, che non attendono risposta, ma piuttosto sottendono una fatica degli adulti a trovare soluzioni ai comportamenti dei figli e ad affrontare le loro stesse fragilità.<br />
<em><span style="color: #ff0000;">Un genitore, come anche un educatore, non dovrebbero mai chiedersi: che cosa non va in questo bambino? &#8230;ma piuttosto&#8230; che cosa non ho capito di lui?</span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, nel momento in cui si crea una situazione in cui il bambino non accetta un NO da parte dei genitori, gli adulti dovrebbero prima di tutto farsi delle domande rispetto ai propri sentimenti, in particolare rispetto al senso di delusione che possono provare.<br />
<span style="color: #ff0000;">I genitori hanno, prima di avere un figlio, costruito dentro di se un’immagine del figlio ideale, il figlio sognato</span>, che abitualmente ha delle caratteristiche che rispondono alle aspettative e ai bisogni. Naturalmente <span style="color: #ff0000;">nel momento in cui un figlio arriva non corrisponde mai al figlio desiderato e immaginato</span>. Per questo deve necessariamente attivarsi, e avviene quasi sempre, un processo d’integrazione tra l’ideale e il reale, tra quello che <em>“avrei voluto che tu fossi e quello che sei”</em>. Un processo che dovrebbe portare ben presto a dimenticare quel figlio del desiderio, e a focalizzarsi e amare il bimbo reale.<br />
Allo stesso modo questo <span style="color: #ff0000;">processo avviene, o dovrebbe avvenire, per il genitore</span>. Esiste, nel momento in cui s’immagina di diventare genitori, una rappresentazione di madre o padre ideali. Immagini costruite a partire dalla propria esperienza, o per uguaglianza (<em>Io sarò come mia madre, che è stata così presente…</em>), o per “difetto” (<em>io non sarò mai come mia madre così ansiosa e apprensiva!&#8230;</em>). Rappresentazione frutto dell’integrazione di diverse esperienze di cura, ma anche immagine idealizzata, non reale. Anche per questo genitore sognato, deve avvenire un processo d’integrazione: nel momento in cui dobbiamo confrontarci con un figlio in carne ed ossa, che piange, non dorme, non mangia, che è troppo calmo o troppo agitato…ebbene, dobbiamo confrontarci con il genitore che riusciamo a essere con le nostre risorse, ma anche i nostri tanti e inevitabili limiti. Anche in questo caso il processo d’integrazione è fondamentale, sennò il rischio è quello di continuare a chiedere a se stessi, ma in particolare al bambino, di non farci sentire così diversi da quello che pensavamo saremmo stati come genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, <span style="color: #ff0000;">un altro elemento molto importante, è quello delle aspettative nei confronti di un mondo esterno</span> (nonni, amici, scuole, ecc) che, prima di avere un figlio, si immagina accogliente, sempre capace di capire i bisogni miei e dei miei figli, e invece diviene talvolta assente, se non, spesso, giudicante. Allora i nonni, la scuola, gli amici, possono non essere più quelli che c’eravamo immaginati, e anche questo può portare il genitore a essere troppo preoccupato per quello che gli altri potrebbero pensare di lui e a chiedere al figlio <em>“non farmi fare brutta figura”</em>…<br />
I genitori dovrebbero vivere dunque sempre una sorta di disillusione positiva, passando da una genitorialità ideale a quella reale.<br />
<span style="color: #ff0000;">Uno dei passaggi più difficili è quello di accettare la fatica che comporta dare regole e far vivere ai propri figli frustrazioni necessarie a cui essi si oppongono.</span></p>
<p style="text-align: justify;">I bambini, infatti, per loro natura, non amano sentirsi dire no, non accettano quasi mai di buon grado di essere limitati nei loro desideri e impulsi, dunque di frequente si oppongono, anche con forza e prepotenza alle indicazioni dei genitori, che, quindi, si possono sentire frustrati e impotenti.<br />
Questi sentimenti possono accentuarsi ulteriormente quando un genitore cerca di mettersi nei panni di proprio figlio. Naturalmente il fatto di entrare in empatia con il proprio bambino, comprendere i suoi sentimenti, non può essere giudicato come un limite o negativo. E’, infatti, fondamentale sintonizzarsi con il proprio figlio, ma questo non può essere ciò che impedisce al genitore di perseverare in una posizione di fermezza e coerenza.<br />
Proviamo a fare un esempio:<br />
Paolo ha chiesto insistentemente ai suoi genitori di poter salire sulla giostra, quando l’accordo iniziale era:<em> &#8220;oggi andiamo al Parco, ma non possiamo andare sulla giostra&#8221;</em>.<br />
Una volta arrivati al Parco è naturale che un bambino, in particolare se piccolo, appena vede la giostra voglia andarci. Potrebbe anche apparire veramente disperato.<br />
<em>Se ci siamo andati ieri, perché oggi no. Domani magari piove e quindi non potremo andarci. C’è il mio amico che lo fa. I soldi so che li hai nel borsellino. Voglio andarci punto e basta! Non mi vuoi bene, perché se mi volessi bene mi faresti andare sulle giostre</em>…eccetera, eccetera…<br />
E’ evidente che Paolo sente una forte frustrazione.<br />
Nel momento in cui un genitore si sintonizza con questo sentimento, può avere dei dubbi.<br />
<em>Ma in fondo perché no? Domani potrebbe veramente piovere. Perché devo farlo stare così male se i soldi non mi mancano? Perché mai gli ho detto che oggi non si andava sulle giostre? Perché sono venuto al parco ???? Forse veramente pensa che non lo amo</em>…<br />
<span style="color: #ff0000;">Sentire il dolore del proprio figlio, può far vacillare</span>. Ciò che invece può aiutare a mantenere la propria posizione di coerenza e consistenza, sta proprio nella nostra capacità di andare oltre e riconoscere quali sono i bisogni più profondi di nostro figlio, che lui stesso non conosce, ma che noi sappiamo bene.<br />
<span style="color: #ff0000;">Nostro figlio ha bisogno di capire che ci sono dei limiti</span> e di sperimentare la frustrazione. Ha bisogno di imparare a divertirsi al parco in un modo diverso. Ha bisogno di capire che non succederà nulla e che questo è un messaggio d’amore. Ha bisogno di fidarsi di noi imparando che noi sappiamo veramente che cosa è meglio per lui…</p>
<p style="text-align: justify;">La consapevolezza profonda, dunque, del suo bisogno di avere qualcuno che lo contiene e gli consente di fare quello che è meglio per lui dovrebbe muovere le scelte degli adulti. Inoltre <span style="color: #ff0000;">se in un primo momento fare ciò che i bambini “comandano” può fare stare bene</span>, rispetto al proprio bisogno di sentirsi “buoni” non dando mai frustrazioni ai propri figli, n<span style="color: #ff0000;">el lungo termine il sentimento è quello di non rendere i propri figli capaci di affrontare la vita e sufficientemente forti</span>.<br />
<em>Come mai, allora, è così difficile essere genitori “consistenti”, cioè autorevoli e coerenti?</em><br />
Uno dei motivi principali è purtroppo il vissuto di colpa, in particolare da parte delle mamme, impegnate sul lavoro e prese da una vita che le rende distratte. Per quello che riguarda i papà, oltre alla distrazione, emerge spesso la confusione che si trovano a vivere, tra il desiderio di essere padri presenti e accudenti, e la fatica di trovare un posto chiaro nella relazione non solo con i propri figli ma anche con le proprie compagne.<br />
Inoltre è difficile fare i conti con il fatto che ciascuno di noi, mamme, papà e anche i figli, proviamo sentimenti non sempre nobili e positivi.<br />
Per esempio tutti i bambini, alcuni più di altri, vivono forti emozioni come l’invidia o la gelosia, possono essere molto arrabbiati e talvolta vendicativi, risultando particolarmente “cattivi” con i genitori o con i loro fratelli. Sentimenti assolutamente normali, che non possono essere eliminati, ma piuttosto riconosciuti, accolti, verbalizzati e contenuti.<br />
Allo stesso modo anche il genitore può vivere sentimenti che non vorrebbe provare come il desiderio di “liberarsi” dei figli, oppure un senso di rabbia perché’ essi non sono come avrebbe voluto o non accettano il no, o ancora la sensazione di non poter evitare di fare differenze.<br />
A volte capita che un genitore si tormenti perché prova sentimenti molto diversi per i propri figli. “Con la prima non sono mai andata d’accordo. Mi fa provare un senso di rabbia e rifiuto di cui mi vergogno…ma è più forte di me. Con il secondo invece, che è un pezzo di pane, non ho mai avuto problemi. “ Sentimenti che non possono essere cancellati, o negati, ma devono semplicemente essere riconosciuti e compresi.<br />
<span style="color: #ff0000;">Il compito di ciascun genitore, è quello di divenire consapevole, cercando di comprendere qual&#8217;è l’origine di queste emozioni, piuttosto che giudicare se stessi. Quando, infatti, ha il sopravvento la paura di essere un “cattivo” genitore, il rischio è quello di agire  comportamenti contraddittori e poco autorevoli.</span></p>
<p style="text-align: justify;">In alcuni casi, infatti, queste emozioni possono essere anche indicatori di qualcosa d’importante e positivo, come <span style="color: #ff0000;">il bisogno di non annullarsi nella genitorialità perdendo di vista se stessi o la coppia.</span><br />
Se per esempio <span style="color: #ff0000;">una mamma inizia ad avere il desiderio di non essere sempre in un rapporto esclusivo con il proprio bambino</span>, non lo sta tradendo, ma piuttosto sta probabilmente sentendo il naturale bisogno di ristabilire un equilibrio familiare andato perduto. E’ evidente che il bambino non accetterà di buon grado questa nuova posizione della mamma, perché questo significherà perdere qualcosa. Ma senza dubbio fare questo sforzo, provocherà una reazione a catena positiva per tutti, anche per lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure <span style="color: #ff0000;">il fatto di provare sentimenti differenti nei confronti dei diversi figli, arrivando ad avere nei loro confronti comportamenti differenti, non è necessariamente ingiusto e non equo</span>, ma può essere un indicatore della necessità di “fare differenze”. Cercare di trattare tutti i figli nello stesso modo, può portare a dinamiche impossibili, in quanto è proprio questo che fa sentire i bambini non visti per ciò che sono.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">In altri casi, invece, alcuni sentimenti sono l’espressione di alcuni vissuti collegati in qualche modo all’ infanzia e alle relazioni con i nostri genitori.</span> Passaggi rimasti irrisolti e non elaborati, che, nella relazione con i nostri figli si risvegliano, dandoci l’occasione di elaborare quello che era rimasto in sospeso e di vivere in modo più sereno il rapporto con i nostri figli.<br />
Allora possiamo scoprire di non riuscire a dire no alle giostre, non perché nostro figlio ne ha veramente bisogno, ma perché c’è una parte piccola di noi che ha un bisogno rimasto irrisolto.<br />
La paura di non essere amato, non appartiene a mio figlio, ma a me e chiedo a lui di farmi stare meglio, di “curarmi”.<br />
La nostra storia, nel momento in cui arrivano i figli, necessita di essere in qualche modo ri-narrata, da un nuovo punto di vista.<br />
<span style="color: #ff0000;">Spesso parti irrisolte di sé, portano il genitore a non tollerare di dover dare frustrazioni al proprio figlio,</span> in quanto ciò evoca vissuti dolorosi delle proprie relazioni antiche, creando una confusione tra quelli che sono i bisogni del figlio ed i propri bisogni “infantili”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Quello che conta di più è mettersi in un atteggiamento di ricerca.</span> Ciò che sappiamo per certo è che i bambini hanno bisogno di non sentirsi abbandonati e di essere visti nei loro bisogni più profondi. Come arrivare a questo non è scontato. <span style="color: #ff0000;">Non basta leggere l’ultimo libro che insegna a dire NO, ma è necessario conoscere noi stessi e i nostri figli.</span><br />
Per arrivare a questo abbiamo a disposizione degli strumenti semplici, ma fondamentali, come l’osservazione, il dialogo riflessivo, la sintonizzazione e l’empatia. Se ci fermiamo e ci prendiamo il tempo per vedere i nostri figli realmente (troppo spesso li guardiamo senza vederli), se riusciamo a leggere ciò che hanno dentro di sé, sintonizzandoci con loro e aiutandoli a riconoscere il loro sentire, abbiamo già fatto buona parte del lavoro. Solo così possiamo essere in grado di riconoscere quali sono i loro bisogni reali, distinguendoli da quelli non reali (mangiare 10 caramelle, avere l’ultimo modello di telefono, farsi lavare o vestire, ecc) e/o dai nostri bisogni (se non dico no mi sento meno in colpa, se sono “buono” sono bravo, non voglio essere come i miei genitori, ecc.), non avendo paura ne di ciò che noi stessi arriviamo a sentire e nemmeno di quello che loro possono essere o esprimere. <span style="color: #ff0000;">Un bambino prepotente indubbiamente vuole essere visto, non per avere realmente il comando, ma piuttosto sottende il bisogno di poter finalmente deporre le armi, tornando ad affidarsi ai grandi!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ccff;">Una relazione impostata in questo modo, può aiutarci a costruire con i nostri figli un rapporto realmente trasparente e sincero, cosa fondamentale per potersi fidare l’uno dell’altro. Un bambino può essere molto oppositivo rispetto a una regola, ma se sente che si può fidare di chi si prende cura di lui, può arrivare ad affidarsi anche se non vuole, se è faticoso. Se invece il rapporto non è trasparente ed è insicuro, il bambino può sentire che ciò che gli viene chiesto non risponde in realtà ai suoi bisogni, ma piuttosto a quelli degli adulti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ccff;">Ogni volta che un genitore decide di mettere un limite, di dire un no, di imporre un cambiamento, vi è in qualche modo un’ inevitabile rottura comunicativa, che risulta essere positiva nel momento in cui la relazione di fiducia e la capacità di sintonizzarsi, agiscono una sorta di riparazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel momento in cui, invece, la rottura risulta essere sovrastata da sentimenti di rabbia nei confronti dei figli e dal bisogno di non sentire colpa o vergogna, allora i rischi sono altissimi, in quanto i bambini sentono di non potersi più fidare.<br />
Certo, si può sbagliare, e i figli hanno bisogno di vivere anche rapporti in cui i genitori non si mostrano autoritari e onnipotenti,  ma capaci di con-tenere, se necessario, comprendendo la fatica dei figli, senza avere paura di loro. Questo atteggiamento ammette anche l’errore, la possibilità di avere compreso male e di chiedere scusa, senza perdere alcuna forza educativa.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Dott.ssa Daria Vettori</em></p>
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		<title>Depressione post partum</title>
		<link>https://angelocantarelli.com/depressione-post-partum/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Aug 2015 12:49:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott. Angelo Cantarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia e relazione]]></category>
		<category><![CDATA[Puericultura]]></category>

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		<description><![CDATA[La nascita  La nascita di un figlio è un evento molto importante nella vita di una donna. Una vera rivoluzione, che, sebbene la gravidanza duri 9 mesi, si concretizza nel semplice istante della nascita. Di fatto nel corso della gestazione ogni donna fantastica il proprio bambino e prova ad immaginare se stessa come madre. Oggi, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>La nascita</em> </strong><br />
La nascita di un figlio è un evento molto importante nella vita di una donna. Una vera rivoluzione, che, sebbene la gravidanza duri 9 mesi, si concretizza nel semplice istante della nascita. Di fatto nel corso della gestazione ogni donna fantastica il proprio bambino e prova ad immaginare se stessa come madre. Oggi, a differenza del passato, esistono eccezionali mezzi tecnologici, come l’ecografia anche tridimensionale, che consentono di conoscere meglio il proprio figlio, di avere molte più informazioni prima della nascita. Ma, di fatto, nessun mezzo permette, di prevedere come sarà il carattere del bambino, se piangerà molto, se avrà le coliche, se sarà tranquillo o vivace.<br />
Nel corso della gravidanza, ogni più piccolo indizio viene interpretato come possibile risposta ad una domanda (“ Si muove così tanto nella pancia. Sarà sicuramente molto vivace!”, oppure, “ Di notte, appena mi corico, si tranquillizza. Già riconosce il giorno dalla notte”, “ Quando lo chiamo mi risponde. E’ un bambino molto intelligente!”). Inoltre la storia di ciascuno diviene un modo per cercare di prevedere cosa accadrà dopo la nascita (Mia mamma mi ha raccontato che non l’ho mai fatta dormire prima di nascere. E poi invece dopo essere venuta al mondo sono stata un angelo. Forse sarà così anche mio figlio…”).<br />
Queste fantasie sono importanti, in quanto danno inizio a una relazione prenatale fra la madre e il figlio. Oggi vi sono anche ricerche interessanti che dimostrano la possibilità di attivare un reale contatto con il bambino prima della nascita. Questa è una fondamentale “palestra”, e pone le basi di un buon incontro genitore e figlio.<br />
Di fatto, però,  si tratta di qualcosa di molto differente da quello che poi accade nel momento in cui il figlio viene al mondo.<br />
Un incontro fatto di sguardi, contatti, odori, pianti…<br />
Quando uno scalatore si allena per andare su una montagna, può prepararsi al meglio, ma non saprà mai cosa accadrà nel confronto diretto con quella particolare esperienza. Allo stesso modo, anche una madre e un padre, devono provarsi, “allenarsi”, ma non possono prevedere cosa accadrà nel momento dell’incontro con il proprio figlio. Piuttosto, la miglior preparazione, è quella di attendere anche l’imprevisto: passaggi sconosciuti, burroni non segnati su alcuna mappa, un momento di debolezza<br />
La nascita segna il passaggio dall’ideale al reale, da ciò che è sognato, al confronto con quel bambino o quella bambina. Un processo, non solo inevitabile, ma fondamentale, poiché consente ai genitori di confrontarsi con chi hanno davanti, piuttosto che rimanere ancorati a un’idea e alle proprie aspettative. Anche i sogni e le aspettative sono inevitabili, ma quando prendono il sopravvento sul bambino reale, il rischio di ostacolare il processo di riconoscimento reciproco è molto alto.<br />
Questo passaggio, comunque non è facile. Oggi, spesso, le coppie arrivano ad avere figli in età avanzata e, di frequente, i bambini rimangono unici. Le attese possono essere molto alte, sia nei confronti di se come genitori “adulti”, sia nei confronti di bambini tanto cercati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Maternity blues</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha studiato questo delicato periodo, ha osservato che poche ore dopo il parto, la maggior parte delle donne attraversa un periodo, che va da alcune ore, fino ad alcuni giorni, in cui può sentire un senso di stanchezza, tristezza e impotenza (<em>maternity blues</em>). All’euforia che molte donne sperimentano poco dopo la nascita del figlio, segue un disagio che, se non riconosciuto, può essere vissuto molto male, in quanto interpretato come inadeguatezza rispetto all’esperienza della maternità.<br />
In realtà si tratta di un fenomeno del tutto naturale, in cui si combinano processi fisiologici, la stanchezza dopo la fatica del parto e cambiamenti ormonali significativi, insieme con la perdita dello stato di gravidanza e del bambino immaginato.<br />
Sebbene in passato non vi fossero studi scientifici, anche nella tradizione popolare vi era l’abitudine, da parte delle madri, di sostenere le figlie neomamme, consentendo loro di tornare, almeno per qualche ora, figlie bisognose di attenzione e di “coccole”. Inoltre, non a caso, il padre ha spesso avuto la funzione di proteggere la madre e il figlio, nei primi giorni dopo la nascita, da intrusioni disturbanti e poco attente ai bisogni di entrambi.<br />
Oggi, purtroppo, la scarsa capacità di ascoltare i bisogni naturali, sia del piccolo sia della madre, insieme con i forti investimenti sul bambino, spesso portano ad alterare i delicati equilibri della neo famiglia, provocando un ulteriore senso di stanchezza, ansia e inadeguatezza.<br />
Inoltre esistono infinite opportunità per “imparare” come partorire, come accudire il proprio figlio; libri e corsi, che talvolta anziché accrescere il senso di competenza, portano le mamme a pensare, alla prima difficoltà nel parto, nell’allattamento o nella gestione del sonno del figlio, ecc, di essere madri inadeguate rispetto a tutte le altre.<br />
In realtà diventare genitori è realmente un’esperienza “sconvolgente” dove è necessario prevedere di poter incontrare spesso burroni o scoprire di non avere sempre l’attrezzatura adatta!<br />
Abitualmente questo periodo di stanchezza e tristezza finisce antro 48 ore o poco più. Il graduale riconoscimento del figlio, l’aiuto delle persone vicine, e un riassestamento fisiologico, rendono questa fase transitoria.<br />
Quando invece le cose non rientrano e la madre continua a essere in qualche modo apatica e passiva, è necessario prestare un’attenzione particolare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Alcuni consigli:</strong></em><br />
Per quanto riguarda la madre può essere molto utile:<br />
<ul style="text-align: justify;">
<li>Limitare i visitatori nei giorni del rientro a casa dopo il parto;</li>
<li>Dormire nelle stesse ore in cui dorme il neonato;</li>
<li>Seguire una dieta adeguata che eviti eccessi e l’assunzione di sostanze eccitanti come alcool e caffè;</li>
<li>Chiedere aiuto quando se ne sente il bisogno;</li>
<li>Mantenere i contatti con amici e familiari;</li>
<li>Rafforzare il rapporto con il partner e soprattutto cercare di mantenere un atteggiamento realistico nei confronti di se’ stessi, del bambino e la piena consapevolezza di una situazione che avrà degli alti e dei bassi ma che esaurirà le sue manifestazioni negative nell’arco di pochi giorni.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
Da parte del partner o comunque dei familiari può essere utile:<br />
<ul style="text-align: justify;">
<li>Offrire aiuto nei lavori domestici;</li>
<li>Alleviare gli impegni della neomamma;</li>
<li>Mostrare disponibilità ad ascoltare e ad offrire sostegno, ma solo se questo non incontra resistenze.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em><br />
La depressione post-partum</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">È importante identificare le donne con maternity-blues poiché il 20% di esse presentano un episodio depressivo nel primo anno dopo il parto.<br />
Le cause della depressione post-partum sono molteplici e coinvolgono: fattori fisiologici (livelli ormonali e neurotrasmettitori), fattori fisici (per esempio la stanchezza dovuta all’accudimento del bambino), fattori psicologici (aspettative irrealistiche sull’essere madre o sul bambino, bassa autostima o perfezionismo, predisposizione o precedenti episodi depressivi, in particolare durante le gravidanza), fattori sociali (inesperienza e scarsità di aiuto e sostegno).<br />
La depressione post-partum esordisce generalmente dopo 3-4 settimane dal parto e la sintomatologia si acuisce verso il 4-5 mese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>È possibile distinguere i sintomi in:</strong></p>
<p>Depressivi: <em>non mi è mai successo di…</em><br />
<ul style="text-align: justify;">
<li>… piangere così facilmente (labilità emotiva);</li>
<li>… essere giù di morale (calo dell’umore);</li>
<li>… sentire che non ce la faccio (sentimenti d&#8217;inadeguatezza);</li>
<li>… sentirmi in colpa (sentimenti di autosvalutazione e colpa);</li>
<li>litigare con mio marito (irritabilità).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
D’ansia: <em>non mi è mai successo di…</em><br />
<ul style="text-align: justify;">
<li>… avere pensieri e preoccupazioni per il mio bambino, mio marito, me stessa (ansia);</li>
<li>… sentirmi sul ‘filo del rasoio’ (stato d’allarme);</li>
<li>… avere le palpitazioni, il respiro corto, il nodo alla gola (ansia fisica);</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
Neurovegetativi: <em>non mi è mai successo di…</em><br />
<ul style="text-align: justify;">
<li>… svegliarmi presto &#8211; Alterazioni del sonno;</li>
<li>… mangiare con tanta difficoltà senza appetito o mangiare in modo eccessivo, senza freno – Alterazioni dell’appetito;</li>
<li>… perdere il desiderio sessuale verso il mio compagno.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Oltre a questi sintomi, sono molto significativi anche i disturbi nella relazione con il figlio. Sono disturbi che si configurano principalmente in:<br />
<ul style="text-align: justify;">
<li>Avvertire il bambino come un peso &#8211; “Mi dà fastidio”;</li>
<li>Non riuscire a provare emozioni nei confronti del bambino &#8211; “Sentirsi inadeguate nella cura del bambino”, “Non sono capace di crescerlo”;</li>
<li>Avere pensieri di avversione verso il bambino e la paura di restare sole con lui;</li>
<li>Non riuscire a concentrarsi nelle cose quotidiane, che hanno a che fare con l’interazione madre-bambino (cure parentali).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In particolare le madri che sviluppano una seria depressione non riescono a riconoscere i bisogni reciproci e sono in grossa difficoltà nella sintonizzazione emotiva con il figlio.<br />
È importante ricordare che una depressione post-partum non riconosciuta e quindi non curata, può cronicizzarsi. Tali sintomi non devono mai essere sottovalutati, in quanto possono mettere realmente a rischio sia la madre che il figlio.<br />
In molti casi può essere sufficiente applicare quanto già indicato per il maternity blues: sostegno dei famigliari, riposo e ascolto. Ma se i sintomi persistono è fondamentale chiedere aiuto al medico di riferimento, il quale può sostenere la mamma in un percorso di sostegno più specialistico (colloqui psicologici e sostegni di gruppo e nei casi più seri prescrizione di farmaci).</p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="background-color: #eaf2f5; padding: 10px;">
<p style="text-align: justify;">A Parma esiste il “Centro per i Disturbi Affettivi in gravidanza e nel Puerperio”</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco i riferimenti:<br />
Responsabile Unità di Psichiatria: Prof. Carlo MarchesiResponsabile<br />
Ginecologia: Dr. ssa Daniela Viviani</p>
<p>Contatti<br />
Via Gramsci 14 Ospedale, Padiglione Braga (Prof. Marchesi);<br />
Ospedale Maternità (Dr.ssa Viviani)<br />
Tel.: 0521/903597-396813; 0521/704400<br />
E-mail:  carlo.marchesi@unipr.it; dviviani@ao.pr.it.</p>
</div>
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