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QUANDO I FIGLI PRENDONO IL POTERE

Esercitare la propria autorevolezza per un genitore non è sempre facile.
Spesso accade che i bambini prendano il potere, lasciandoci vulnerabili e confusi.
In queste situazioni, oggi molto frequenti, i figli esercitano nei confronti dei genitori, e non solo, una sorta di tirannia, in cui sono loro a decidere quello che è giusto o sbagliato.

In questi casi i genitori corrono il rischio di spostare sul figlio la responsabilità di questo comportamento, sviluppando quindi nei suoi confronti un senso di rabbia e di delusione che, di frequente, vengono anche in modo diretto comunicati al bambino. Questo, naturalmente, anziché aiutare il bambino a ubbidire, rischia di provocare un cortocircuito di rancore e senso d’incomprensione reciproca.

Naturalmente i genitori, essendo gli adulti, dovrebbero essere quelli in grado di comprendere quanto sta accadendo, trovare un senso e attivare strategie differenti. Non possiamo pensare che il bambino, specialmente molto piccolo, possa avere questo compito, anche se spesso glielo possiamo arrivare a chiedere:
Perché fai così? Ma non capisci? Vuoi farmi un dispetto? Mi deludi… Mi vergogno di te…
Queste possono essere alcune delle domande o affermazioni, che non attendono risposta, ma piuttosto sottendono una fatica degli adulti a trovare soluzioni ai comportamenti dei figli e ad affrontare le loro stesse fragilità.
Un genitore, come anche un educatore, non dovrebbero mai chiedersi: che cosa non va in questo bambino? …ma piuttosto… che cosa non ho capito di lui?

Inoltre, nel momento in cui si crea una situazione in cui il bambino non accetta un NO da parte dei genitori, gli adulti dovrebbero prima di tutto farsi delle domande rispetto ai propri sentimenti, in particolare rispetto al senso di delusione che possono provare.
I genitori hanno, prima di avere un figlio, costruito dentro di se un’immagine del figlio ideale, il figlio sognato, che abitualmente ha delle caratteristiche che rispondono alle aspettative e ai bisogni. Naturalmente nel momento in cui un figlio arriva non corrisponde mai al figlio desiderato e immaginato. Per questo deve necessariamente attivarsi, e avviene quasi sempre, un processo d’integrazione tra l’ideale e il reale, tra quello che “avrei voluto che tu fossi e quello che sei”. Un processo che dovrebbe portare ben presto a dimenticare quel figlio del desiderio, e a focalizzarsi e amare il bimbo reale.
Allo stesso modo questo processo avviene, o dovrebbe avvenire, per il genitore. Esiste, nel momento in cui s’immagina di diventare genitori, una rappresentazione di madre o padre ideali. Immagini costruite a partire dalla propria esperienza, o per uguaglianza (Io sarò come mia madre, che è stata così presente…), o per “difetto” (io non sarò mai come mia madre così ansiosa e apprensiva!…). Rappresentazione frutto dell’integrazione di diverse esperienze di cura, ma anche immagine idealizzata, non reale. Anche per questo genitore sognato, deve avvenire un processo d’integrazione: nel momento in cui dobbiamo confrontarci con un figlio in carne ed ossa, che piange, non dorme, non mangia, che è troppo calmo o troppo agitato…ebbene, dobbiamo confrontarci con il genitore che riusciamo a essere con le nostre risorse, ma anche i nostri tanti e inevitabili limiti. Anche in questo caso il processo d’integrazione è fondamentale, sennò il rischio è quello di continuare a chiedere a se stessi, ma in particolare al bambino, di non farci sentire così diversi da quello che pensavamo saremmo stati come genitori.

Infine, un altro elemento molto importante, è quello delle aspettative nei confronti di un mondo esterno (nonni, amici, scuole, ecc) che, prima di avere un figlio, si immagina accogliente, sempre capace di capire i bisogni miei e dei miei figli, e invece diviene talvolta assente, se non, spesso, giudicante. Allora i nonni, la scuola, gli amici, possono non essere più quelli che c’eravamo immaginati, e anche questo può portare il genitore a essere troppo preoccupato per quello che gli altri potrebbero pensare di lui e a chiedere al figlio “non farmi fare brutta figura”
I genitori dovrebbero vivere dunque sempre una sorta di disillusione positiva, passando da una genitorialità ideale a quella reale.
Uno dei passaggi più difficili è quello di accettare la fatica che comporta dare regole e far vivere ai propri figli frustrazioni necessarie a cui essi si oppongono.

I bambini, infatti, per loro natura, non amano sentirsi dire no, non accettano quasi mai di buon grado di essere limitati nei loro desideri e impulsi, dunque di frequente si oppongono, anche con forza e prepotenza alle indicazioni dei genitori, che, quindi, si possono sentire frustrati e impotenti.
Questi sentimenti possono accentuarsi ulteriormente quando un genitore cerca di mettersi nei panni di proprio figlio. Naturalmente il fatto di entrare in empatia con il proprio bambino, comprendere i suoi sentimenti, non può essere giudicato come un limite o negativo. E’, infatti, fondamentale sintonizzarsi con il proprio figlio, ma questo non può essere ciò che impedisce al genitore di perseverare in una posizione di fermezza e coerenza.
Proviamo a fare un esempio:
Paolo ha chiesto insistentemente ai suoi genitori di poter salire sulla giostra, quando l’accordo iniziale era: “oggi andiamo al Parco, ma non possiamo andare sulla giostra”.
Una volta arrivati al Parco è naturale che un bambino, in particolare se piccolo, appena vede la giostra voglia andarci. Potrebbe anche apparire veramente disperato.
Se ci siamo andati ieri, perché oggi no. Domani magari piove e quindi non potremo andarci. C’è il mio amico che lo fa. I soldi so che li hai nel borsellino. Voglio andarci punto e basta! Non mi vuoi bene, perché se mi volessi bene mi faresti andare sulle giostre…eccetera, eccetera…
E’ evidente che Paolo sente una forte frustrazione.
Nel momento in cui un genitore si sintonizza con questo sentimento, può avere dei dubbi.
Ma in fondo perché no? Domani potrebbe veramente piovere. Perché devo farlo stare così male se i soldi non mi mancano? Perché mai gli ho detto che oggi non si andava sulle giostre? Perché sono venuto al parco ???? Forse veramente pensa che non lo amo
Sentire il dolore del proprio figlio, può far vacillare. Ciò che invece può aiutare a mantenere la propria posizione di coerenza e consistenza, sta proprio nella nostra capacità di andare oltre e riconoscere quali sono i bisogni più profondi di nostro figlio, che lui stesso non conosce, ma che noi sappiamo bene.
Nostro figlio ha bisogno di capire che ci sono dei limiti e di sperimentare la frustrazione. Ha bisogno di imparare a divertirsi al parco in un modo diverso. Ha bisogno di capire che non succederà nulla e che questo è un messaggio d’amore. Ha bisogno di fidarsi di noi imparando che noi sappiamo veramente che cosa è meglio per lui…

La consapevolezza profonda, dunque, del suo bisogno di avere qualcuno che lo contiene e gli consente di fare quello che è meglio per lui dovrebbe muovere le scelte degli adulti. Inoltre se in un primo momento fare ciò che i bambini “comandano” può fare stare bene, rispetto al proprio bisogno di sentirsi “buoni” non dando mai frustrazioni ai propri figli, nel lungo termine il sentimento è quello di non rendere i propri figli capaci di affrontare la vita e sufficientemente forti.
Come mai, allora, è così difficile essere genitori “consistenti”, cioè autorevoli e coerenti?
Uno dei motivi principali è purtroppo il vissuto di colpa, in particolare da parte delle mamme, impegnate sul lavoro e prese da una vita che le rende distratte. Per quello che riguarda i papà, oltre alla distrazione, emerge spesso la confusione che si trovano a vivere, tra il desiderio di essere padri presenti e accudenti, e la fatica di trovare un posto chiaro nella relazione non solo con i propri figli ma anche con le proprie compagne.
Inoltre è difficile fare i conti con il fatto che ciascuno di noi, mamme, papà e anche i figli, proviamo sentimenti non sempre nobili e positivi.
Per esempio tutti i bambini, alcuni più di altri, vivono forti emozioni come l’invidia o la gelosia, possono essere molto arrabbiati e talvolta vendicativi, risultando particolarmente “cattivi” con i genitori o con i loro fratelli. Sentimenti assolutamente normali, che non possono essere eliminati, ma piuttosto riconosciuti, accolti, verbalizzati e contenuti.
Allo stesso modo anche il genitore può vivere sentimenti che non vorrebbe provare come il desiderio di “liberarsi” dei figli, oppure un senso di rabbia perché’ essi non sono come avrebbe voluto o non accettano il no, o ancora la sensazione di non poter evitare di fare differenze.
A volte capita che un genitore si tormenti perché prova sentimenti molto diversi per i propri figli. “Con la prima non sono mai andata d’accordo. Mi fa provare un senso di rabbia e rifiuto di cui mi vergogno…ma è più forte di me. Con il secondo invece, che è un pezzo di pane, non ho mai avuto problemi. “ Sentimenti che non possono essere cancellati, o negati, ma devono semplicemente essere riconosciuti e compresi.
Il compito di ciascun genitore, è quello di divenire consapevole, cercando di comprendere qual’è l’origine di queste emozioni, piuttosto che giudicare se stessi. Quando, infatti, ha il sopravvento la paura di essere un “cattivo” genitore, il rischio è quello di agire  comportamenti contraddittori e poco autorevoli.

In alcuni casi, infatti, queste emozioni possono essere anche indicatori di qualcosa d’importante e positivo, come il bisogno di non annullarsi nella genitorialità perdendo di vista se stessi o la coppia.
Se per esempio una mamma inizia ad avere il desiderio di non essere sempre in un rapporto esclusivo con il proprio bambino, non lo sta tradendo, ma piuttosto sta probabilmente sentendo il naturale bisogno di ristabilire un equilibrio familiare andato perduto. E’ evidente che il bambino non accetterà di buon grado questa nuova posizione della mamma, perché questo significherà perdere qualcosa. Ma senza dubbio fare questo sforzo, provocherà una reazione a catena positiva per tutti, anche per lui.

Oppure il fatto di provare sentimenti differenti nei confronti dei diversi figli, arrivando ad avere nei loro confronti comportamenti differenti, non è necessariamente ingiusto e non equo, ma può essere un indicatore della necessità di “fare differenze”. Cercare di trattare tutti i figli nello stesso modo, può portare a dinamiche impossibili, in quanto è proprio questo che fa sentire i bambini non visti per ciò che sono.

In altri casi, invece, alcuni sentimenti sono l’espressione di alcuni vissuti collegati in qualche modo all’ infanzia e alle relazioni con i nostri genitori. Passaggi rimasti irrisolti e non elaborati, che, nella relazione con i nostri figli si risvegliano, dandoci l’occasione di elaborare quello che era rimasto in sospeso e di vivere in modo più sereno il rapporto con i nostri figli.
Allora possiamo scoprire di non riuscire a dire no alle giostre, non perché nostro figlio ne ha veramente bisogno, ma perché c’è una parte piccola di noi che ha un bisogno rimasto irrisolto.
La paura di non essere amato, non appartiene a mio figlio, ma a me e chiedo a lui di farmi stare meglio, di “curarmi”.
La nostra storia, nel momento in cui arrivano i figli, necessita di essere in qualche modo ri-narrata, da un nuovo punto di vista.
Spesso parti irrisolte di sé, portano il genitore a non tollerare di dover dare frustrazioni al proprio figlio, in quanto ciò evoca vissuti dolorosi delle proprie relazioni antiche, creando una confusione tra quelli che sono i bisogni del figlio ed i propri bisogni “infantili”.

Quello che conta di più è mettersi in un atteggiamento di ricerca. Ciò che sappiamo per certo è che i bambini hanno bisogno di non sentirsi abbandonati e di essere visti nei loro bisogni più profondi. Come arrivare a questo non è scontato. Non basta leggere l’ultimo libro che insegna a dire NO, ma è necessario conoscere noi stessi e i nostri figli.
Per arrivare a questo abbiamo a disposizione degli strumenti semplici, ma fondamentali, come l’osservazione, il dialogo riflessivo, la sintonizzazione e l’empatia. Se ci fermiamo e ci prendiamo il tempo per vedere i nostri figli realmente (troppo spesso li guardiamo senza vederli), se riusciamo a leggere ciò che hanno dentro di sé, sintonizzandoci con loro e aiutandoli a riconoscere il loro sentire, abbiamo già fatto buona parte del lavoro. Solo così possiamo essere in grado di riconoscere quali sono i loro bisogni reali, distinguendoli da quelli non reali (mangiare 10 caramelle, avere l’ultimo modello di telefono, farsi lavare o vestire, ecc) e/o dai nostri bisogni (se non dico no mi sento meno in colpa, se sono “buono” sono bravo, non voglio essere come i miei genitori, ecc.), non avendo paura ne di ciò che noi stessi arriviamo a sentire e nemmeno di quello che loro possono essere o esprimere. Un bambino prepotente indubbiamente vuole essere visto, non per avere realmente il comando, ma piuttosto sottende il bisogno di poter finalmente deporre le armi, tornando ad affidarsi ai grandi!

Una relazione impostata in questo modo, può aiutarci a costruire con i nostri figli un rapporto realmente trasparente e sincero, cosa fondamentale per potersi fidare l’uno dell’altro. Un bambino può essere molto oppositivo rispetto a una regola, ma se sente che si può fidare di chi si prende cura di lui, può arrivare ad affidarsi anche se non vuole, se è faticoso. Se invece il rapporto non è trasparente ed è insicuro, il bambino può sentire che ciò che gli viene chiesto non risponde in realtà ai suoi bisogni, ma piuttosto a quelli degli adulti.

Ogni volta che un genitore decide di mettere un limite, di dire un no, di imporre un cambiamento, vi è in qualche modo un’ inevitabile rottura comunicativa, che risulta essere positiva nel momento in cui la relazione di fiducia e la capacità di sintonizzarsi, agiscono una sorta di riparazione.

Nel momento in cui, invece, la rottura risulta essere sovrastata da sentimenti di rabbia nei confronti dei figli e dal bisogno di non sentire colpa o vergogna, allora i rischi sono altissimi, in quanto i bambini sentono di non potersi più fidare.
Certo, si può sbagliare, e i figli hanno bisogno di vivere anche rapporti in cui i genitori non si mostrano autoritari e onnipotenti,  ma capaci di con-tenere, se necessario, comprendendo la fatica dei figli, senza avere paura di loro. Questo atteggiamento ammette anche l’errore, la possibilità di avere compreso male e di chiedere scusa, senza perdere alcuna forza educativa.

Dott.ssa Daria Vettori