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ADOLESCENZA: QUANDO I NODI VENGONO AL PETTINE

In questo periodo storico, si possono trovare informazioni di tutti i tipi sul periodo dell’adolescenza: esistono centinaia di libri, trasmissioni televisive, siti sulla rete. Tutti hanno qualcosa da dire. Abitualmente chi parla di adolescenza sono gli adulti, esperti e genitori, che provano a comprendere faticosamente questo periodo della vita. Difficilmente è possibile sentire la voce dei ragazzi, i quali, da bravi adolescenti non amano parlare di se o essere visti come “casi”.
Di fatto l’etimologia della parola (dal latino “adolescentia”), rimanda semplicemente al tema della crescita. L’adolescenza segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta ed è senza dubbio, un periodo molto difficile.
Vorrei quindi provare ad approfondire questo periodo della vita dei figli, in una prospettiva un po’ differente.
Credo sia possibile parlare di adolescenza, non solo quando i figli, guardando i propri genitori si chiedono: “Chi sono questi due?”…ma anche quando gli adulti si fanno esattamente la stessa domanda. “Chi è questo ragazzo, chi è questa ragazza, che cosa abbiamo in comune…che cosa ci lega?”. I figli, diventano grandi…e noi?
L’adolescenza, infatti, deve corrispondere a una crisi anche negli adulti. I genitori, come i ragazzi, sentono di avere finito una fase. Anche il corpo, come nei propri figli, cambia e mentre gli adulti si allontanano piano piano da un luogo dove vi era ancora un’illusione di onnipotenza, i figli vi entrano. La nascita di una coppia prima, la scelta della genitorialità poi, raccontano, infatti, di una dimensione fertile e creativa, che deve necessariamente trasformarsi in qualcosa di differente. Contemporaneamente i ragazzi entrano in un’inquietudine senza nome, nella ricerca di se stessi, passando attraverso esperienze di amicizia e relazioni affettive che li aiutano a comprendere gli uomini e le donne che diverranno.
Tale riflessione è molto importante, per due motivi: uno per comprendere come mai il confronto con l’adolescenza attiva sentimenti così forti e ambivalenti, l’altro per aiutare i genitori a comprendere e condividere con li figli un sentimento di perdita che probabilmente appartiene a entrambi. Per i grandi la perdita di un figlio che dipende totalmente e della possibilità di ricreare, con una nuova genitorialità, questo “potere”, i ragazzi la perdita di un’identità e dei legami rassicuranti dell’infanzia.

In adolescenza s’innesca un “gioco” di proiezioni l’uno nell’altro: l’ansia, la confusione, il caos appartengono a entrambi e questo rende tanto difficile riconoscere le vere radici di questo disagio.
Per lo stesso motivo, se vi sono negli adulti aspetti irrisolti rispetto alla propria storia, vi può essere un risveglio adolescenziale, che porta a negare pesantemente la fine di un’epoca, e ad agire comportamenti molti vicini a quelli degli stessi figli ormai adolescenti, oppure la ricerca di una nuova esperienza di genitorialità.

In realtà il sentimento di estraneità che figli e genitori sentono nella fase dell’adolescenza non è da combattare, quanto piuttosto un sentire “fisiologico”, correlato al bisogno di trovare la propria identità, svincolandosi gli uni dagli altri. Se, infatti, fino a quel momento bambini e adulti, si sono sentiti reciprocamente definiti nella loro identità, in relazione al rapporto con l’altro, ora devono necessariamente innescare quel processo di differenziazione fondamentale all’individuazione di se’.
Questo innesca, da una parte la possibilità di pensare di poter trovare in luoghi diversi o sconosciuti, un senso di familiarità andato perduto (amici confidenti, facebook , ecc), dall’altro invece la sensazione che queste emozioni mai provate così intensamente, forse, sono la conferma di un’incompatibilità profonda (tu vai in chiesa io no, tu sei di destra io di sinistra, tu sei per la guerra io per la pace, tu sei antico, io sono “avanti”). Allora ecco le fantasie che invadono i pensieri di tutti, non solo dei ragazzi (forse sono adottato? E se sono ragazzi adottati: forse sarei stato meglio con la mia famiglia d’origine) ma anche dei grandi (ma da chi ha preso???), come se queste potessero risolvere quel senso di estraneità, dare risposte, chiarire sensazioni…
Di fatto questi movimenti, risultano essere di frequente visti solo nei ragazzi, ai quali vengono attribuiti vissuti e un sentire sconosciuti, tanta confusione e un’ oppostivisi’ dolorosa e difficile da tollerare. La consapevolezza, invece, che parte di questo caos appartiene anche ai grandi, può essere importante.
Il fatto che i figli possano farsi delle domande sul senso del legame con i propri genitori, domande su chi sono veramente e che cosa vogliono, talvolta è sentito come un attacco e difficilmente tollerato, in quanto di fatto va a scardinare la paura più profonda di non essere stati capaci come genitori.
Spesso accade, poi, che i figli esercitino questo loro bisogno di essere differenti, in un modo non facile da accettare: fallimenti scolastici, discontinuità, forte demotivazione nei confronti di cose non solo molto importanti (come la scuola!), ma che hanno fatto volentieri fino a pochi mesi prima. Non è facile riconoscere in questa pigrizia o nella scontrosità, questo bisogno. Pare piuttosto un imbruttimento inspiegabile e spesso autodistruttivo. In effetti, di frequente, i ragazzi non sono consapevoli di quanto gli sta avvenendo e subiscono, a loro volta, in modo quasi passivo questi movimenti.
Inoltre può accadere che il bisogno di differenziarsi da un rapporto intenso fortemente e reciprocamente dipendente, possa innescare comportamenti realmente “pericolosi”, come se il processo di ricerca della propria identità potesse passare solo da eccessi o sfide.
Tale processo di differenziazione e scoperta del proprio sé, naturalmente, è faticoso per tutti. Uno degli aspetti più importanti, io credo, è la sensazione che permea ognuno e ogni relazione di perdita di controllo.
I ragazzi sentono di perdere il controllo sul loro corpo, sulla loro vita. I genitori sentono, insieme con trasformazioni concrete come quelle del corpo, di non poter più tenere quella posizione onnipotente e rassicurante, presa nel corso dell’infanzia dei propri figli. La transizione apre un senso d’incertezza che rende molto difficile comprendere quali sono i reali bisogni di ciascuno…
Quelli confusi non sono solo loro!
Una confusione data anche dalla disarmonia con cui avvengono questi passaggi.
Talvolta essi possono sembrare piccoli e indifesi, possono proporsi come estremamente bisognosi di cure e dipendenza, in altri momenti invece chiedono di essere lasciati soli, di fare cose, che fino a poco tempo prima non avevano fatto.
In questi casi la sfida, difficile, risulta essere quella di cercare dentro di se, prima ancora che nei propri figli, quanto ciò che loro stanno esprimendo debba essere contenuto, o quanto la paura di vederli cresciuti e capaci prevale sulla possibilità di vedere le loro risorse, o il loro bisogno di passare anche attraverso delusioni e frustrazioni. Non è un processo facile, in quanto non possiamo negare che possano veramente esservi delle difficoltà. Non è un compito facile…non è facile distinguere fra la propria paura e la realtà…Forse potremmo partire dalla consapevolezza che quando i figli si avvicinano all’adolescenza l’inabilità e il senso di estraneità, riattivano processi importanti. Prima di tutto si riattiva quel processo d’integrazione fra il figlio ideale e quello reale che si innesca all’arrivo di un bambino. Ciascuno di noi, infatti, ha in mente un figlio sognato, ideale, ha delle aspettative, che vengono ridimensionate, trasformate dall’arrivo di un figlio “vero”. Se questo processo non avviene, i rischi sono molto alti e con gravi conseguenze sullo stato psicologico del genitore, del bambino e della loro relazione. L’adolescenza, per certi aspetti, richiama il momento della nascita, e la necessita’ di riattivare questa integrazione tra il figlio voluto e quello reale, tra il genitore che si pensava di essere ed il genitore che siamo diventati!
Questo periodo, dunque, può essere un momento di grande crisi in cui si trovano confermate e rinforzate sensazioni e fantasie mai superate, oppure una grande opportunità per tornare a lavorare su questo sentire, …la riattivazione dei processi d’integrazione ideale/reale, consente di tornare a guardare nel proprio mondo interno, di trasformare la propria immagine di se genitore…un’opportunità per lavorare sulle proprie aspettative nei confronti dei figli, che hanno bisogno di essere presi per ciò che sono, con i loro limiti e le loro risorse e nella loro diversità.
L’adolescenza dei figli è anche un’occasione per tornare a lavorare su quella storia condivisa, che dovremmo avere iniziato a costruire con loro fin dal loro arrivo, una storia fatta di ciò che si è vissuto insieme. Un racconto, dove c’è spazio non solo per il noto, ma anche per l’ignoto, non solo per i fatti, ma anche per i sentimenti.

Questo periodo può essere importante per arrivare ad aggiungere a questa storia insieme, altre parti, che fino a questo momento il bambino non ha potuto comprendere, parti che riguardano la sessualità, la genitorialità, il dolore che comporta perdere il controllo sulla propria vita, e non riconoscersi più nel corpo e nei pensieri.
In questo periodo i ragazzi iniziano a farsi domande importanti, legate proprio a questi temi: la coppia, la genitorialità, la sessualità, la differenza fra i genitori e loro. In particolare la ricerca della propria identità porta a farsi domande, a volte con angoscia, sul rapporto di coppia dei genitori, sulla storia della propria nascita, sulle scelte e la coerenza di mamma e papà, sulla verità…
Naturalmente quanto si è fatto e detto fino a ora, fa una notevole differenza.. se questi temi non sono mai stati affrontati o lo sono stati ma hanno prevalso le paure e le difese dei grandi, allora ci saranno tempi molto duri. Se invece si è già lavorato, ugualmente le domande, le ansie, le paure dette e non dette, arriveranno, ma sarà comunque possibile andare a recuperare una storia già narrata e condivisa.

D.ssa Daria Vettori

 

Articoli Utili
– “Adolescenza. Istruzioni per l’uso” di Gustavo Pietropolli Charmet.
– “Fragile e spavaldo. Ritratto di un adolescente di oggi” di Gustavo Pietropolli Charmet.
– “I nuovi adolescenti. Padri e madri difronte a una sfida” di Gustavo Pietropolli Charmet.

Romanzi
– “Noi siamo così” di Luisa Mattia.
– “Bianca come il latte. Rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia.
– “La grande amica” di Catherine Dunne.
– “Venuto al mondo” (libro su tante cose, adozione, infertilità, coppia, ma c’e anche una rappresentazione dell’adolescenza molto interessante).
– “Tutto per una ragazza” di Nick Horby.